L'Oriente vicino

L’effetto Trump sull’Iran: i conservatori si arroccano

in Esteri

“Il regime si è arroccato”.  E’ l’effetto Trump sull’Iran. Mahmood Amiry Moghaddam, capo di Iran Human Rights, il sito che tiene una minuziosa e documentata contabilità delle esecuzioni nella Repubblica Islamica, attribuisce all’arrivo del nuovo capo dello stato americano la mossa dell’ex presidente riformista Mohammed Khatami che ha proposto di recente una “riconciliazione nazionale”. La frattura è ancora una volta la sanguinosa repressione dell’”onda verde”, i moti di piazza  del 2009 scatenati dal sospetto che solo i brogli avessero consentito la conferma di Mahmoud Ahmadinejad alla presidenza del Paese.

La guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ha detto chiaro e tondo che la proposta di una pace duratura fra conservatori e riformisti “è senza senso” perché “la gente è contro coloro che sono scesi in piazza nel giorno dell’Ashura (del 2009) e non si riconcilierà con quelle persone”. Pietra tombale. Secondo Moghaddam “Khamenei si sta semplicemente liberando di alcuni pezzi storici della Rivoluzione”, quelli a lui più indigesti.

Khatami  - ricorda - era stato oscurato. I media non erano autorizzati a pubblicare sue foto. Non gli è stato permesso  neppure di partecipare ai funerali di Rafsanjani. Khamenei ha fatto la sua scelta nel 2009. All’epoca al vertice della teocrazia c’erano diverse fazioni. La Guida scelse di compattare l’establishment ed è andato avanti per quella strada”.

In uno dei suoi ultimi discorsi Rafsanjani si era avventurato a parlare della successione a Khamenei. “Quando è morto – annota il capofila di Iran Human Rights – i suoi seguaci più potenti sono stati rimossi. Ed è rimasta una traccia del dissenso fra i due perfino al funerale di Rafsanjani. Khamenei ha condotto la preghiera islamica, ma poi nel sermone di ricordo del defunto ha saltato una delle frasi che si pronunciano sempre, quella nella quale si riconosce allo scomparso di non aver mai commesso cattive azioni. Non solo. Nel suo indirizzo iniziale La Guida non si è rivolta al suo ormai ex avversario usando il titolo di ayatollah,  ma quello di hojatoleslam, il grado inferiore nella scala gerarchica”.

Il leader e fondatore di Iran Human Rights sostiene che l’arrivo di Trump alla Casa Bianca ha fatto risorgere l’argomento della “minaccia esterna e ha spianato la strada a Khamenei e ai suoi verso il centro del sistema. La Guida Suprema  ha avuto problemi più gravi nel trattare con Obama. La scorsa settimana lo ha riconosciuto pubblicamente. La retorica aggressiva di Trump gli fa gioco. Il suo vero problema sono invece le lotte intestine che hanno fatto affiorare la corruzione del regime e che hanno coinvolto perfino i giudici. Nell’ultimo anno è emerso che i magistrati hanno usato per se stessi gli interessi dei denari versati per il rilascio dei detenuti su cauzione”.

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