L'Oriente vicino

Dopo due anni di stallo il Libano ha un nuovo presidente cristiano

Di Lorenzo Bianchi

Dopo uno stallo istituzionale durato più di due anni il Libano ha un nuovo presidente. È il generale cristiano maronita Joseph Aoun, 64 anni, che si è presentato in Parlamento in abiti civili, completo scuro, camicia bianca e cravatta, la moglie Neemat al suo fianco. E’ stato eletto al secondo scrutinio. La sua nomina voluta dagli americani e dai sauditi interrompe anni di influenza dell’Iran nel Paese dei cedri. Suleiman Frangieh, il candidato degli Hezbollah si è ritirato dalla competizione. Il suo primo compito sarà far rispettare il cessate il fuoco con Israele che scade alla fine del mese. Nel suo discorso Aoun ha ricordato che solo lo Stato ha il monopolio delle armi, una chiara frecciata agli Hezbollah, e si è impegnato a ricostruire  il sud del Paese. Per la carica di primo ministro ha scelto Nawaf Salam, giurista di fama e intellettuale riformatore, attuale presidente della Corte internazionale di giustizia e, soprattutto, esponente di una classe politica  alle prese dal 2019 con la peggiore crisi finanziaria della sua storia.

L'incarico affidato a Salam, 71 anni, proveniente da una prestigiosa famiglia politica beirutina, è il frutto almeno in parte dello stravolgimento di equilibri regionali cominciato, di fatto, con la guerra tra Hamas e Israele nel 2023, proseguito con la sconfitta di Hezbollah  e con la recente dissoluzione nella vicina Siria del decennale potere della famiglia Assad, alleata della Russia e dell’Iran. Il segnale del cambiamento, già preannunciato nel discorso inaugurale del neoeletto Capo di Stato Aoun, si è concretizzato con la netta maggioranza delle preferenze accordate alla candidatura di Salam rispetto a quelle per l'attuale premier dimissionario Najib Mikati, accusato di corruzione e da più parti considerato esponente del cosiddetto ancien regime. Nawaf Salam, atteso nelle prossime ore a Beirut per assumere formalmente l'incarico, ha ricevuto la stragrande maggioranza dei voti (84 su 128), mentre Mikati ha ottenuto solo 9 preferenze. Hezbollah e il suo alleato Amal si sono astenuti, come avevano già fatto al primo turno delle elezioni presidenziali venerdì scorso. Il Partito di Dio, senza più il suo leader storico Hasan Nasrallah, ucciso da Israele a fine settembre, e fortemente indebolito dall'escalation militare dello scorso autunno, ha tentato invano di ritardare la nomina di Salam.

Il presidente Aoun ha invece preteso che i deputati di Hezbollah esprimessero subito le loro intenzioni di voto. Così è stato. E l'immagine della sconfitta politica è rimasta dipinta sui loro volti all'uscita dal colloquio col Capo di Stato. Salam è sunnita, così come prevede il Patto nazionale, l'accordo non scritto, evocato proprio oggi da Hezbollah, e che dal 1943 ha sancito la spartizione delle cariche su base comunitaria. In base a questa intesa il Presidente della Repubblica deve essere cristiano maronita e la presidenza del Parlamento spetta a uno sciita. Salam, come nei giorni scorsi lo stesso presidente Joseph Aoun, ha più volte ribadito l'esigenza per il Libano di superare la lottizzazione confessionale per approdare a «una formula di governo basata sullo Stato di diritto, incentrato sul principio di pari diritti e doveri tra i cittadini».

Il 16 ottobre del 2021 Beirut era sembrata a un passo da una nuova guerra civile, una fotocopia del conflitto fra sciiti e cristiani che ha lacerato il Paese per quindici anni fra il 1975 e il 1990. Giovedì centinaia di militanti del partito sciita dominante Hezbollah e di Amal, la compagine politica dell’immarcescibile presidente sciita del Parlamento Nabih Berri, hanno marciato verso il tribunale  che si trova a circa 500 metri dalla rotonda Tayyoune, la porta di accesso al quartiere cristiano Ayn Remmané. I partecipanti alla protesta, muniti di kalashnikov e di lanciarazzi, contestavano l’inchiesta del giudice Tareq Bitar sull’esplosione di 2700 tonnellate di nitrato di ammonio ammassate in un capannone del porto, la deflagrazione che il 4 agosto dl 2020 ha spezzato 214 vite e lasciato senza tetto circa 300 mila persone, un quarto degli abitanti della capitale libanese.

Per quella mattanza Bitar ha accusato quattro uomini politici. Contro Hassan Khalil, deputato di Amal, ex ministro delle Finanze e braccio destro di Berri, il magistrato ha spiccato un  mandato di arresto. Gli avvocati di Khalil e di Ghazi Zeaiter, esponente di Amal e ministro dei Trasporti e dei Lavori Pubblici in carica il 4 agosto del 2020, hanno ricusato Bitar. Hezbollah lo ha accusato di voler “politicizzare” l’inchiesta. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso degli avvocati di Khalil e di Zeaiter. Quando il corteo (annunciato come “pacifico”) si è avvicinato alla rotonda Tayyoune dai tetti dei palazzi di Ayn el-Remmané sono partiti colpi di cecchini.

Sono morte sette persone (nella foto i primi scontri all'imbocco del quartiere Ain Remmané), sei miliziani di Hezbollah e di Amal e Mariam Farhat, una madre di 5 figli colpita nella sua casa da un proiettile vagante. Hezbollah e Amal piangono ora i loro “martiri” e sostengono che li ha fulminati un agguato delle Forze Libanesi guidate da Samir Geagea. Secondo Samy Gemayel, nipote di Bashir, il fondatore delle Falangi cattolico – maronite “Kataeb” che fu assassinato nel 1982 quando era appena diventato capo dello stato, le milizie di Hezbollah sono “entrate nelle strade interne di Ain el-Remmané, hanno infranto le vetrine dei negozi e aggredito gli abitanti, sia verbalmente sia fisicamente, dopo aver picchiato diversi soldati che tentavano di bloccarli. Era impossibile non reagire”. Le Forze Libanesi però smentiscono il coinvolgimento nel fuoco dei cecchini. Samir Geagea in un’intervista televisiva ha sostenuto che la popolazione di Ain el-Remmané “si è semplicemente difesa da un’aggressione”.

Gli  Hezbollah hanno replicato che Geagea è “un sionista” e il loro giornale lo ha raffigurato in una vignetta con baffetti alla Hitler e in uniforme nazista. Nonostante i toni vibranti a Ghobeiry, a sud di Beirut, durante le esequie di Ali Ibrahim e di Hassan el-Sayyed, due dei tre esponenti del “Partito di Allah” caduti giovedì 14 ottobre, Hachem Safieddine, presidente del Consiglio esecutivo degli Hezbollah, ha assicurato che il suo partito non si farà risucchiare nel vortice di una guerra civile.

L’economia del Paese dei Cedri è prostrata. La rete elettrica pubblica si è fermata dalle 12 dell’8 ottobre fino al 10. Le centrali di Deir Aamar, nel nord, e di Zahrani, nel sud, erano rimaste senza una goccia di gasolio. La capacità di produzione, ha ammesso l’ente elettrico statale Edl, era piombata sotto i 270 megawatt. A Tripoli gli abitanti infuriati hanno bloccato le strade con le auto e hanno incendiato pneumatici. Nelle loro case mancava anche l’acqua. Ai distributori di benzina si sono formate file lunghe diversi chilometri che hanno innescato scontri e violenze. In agosto 20 persone sono morte e 79 sono rimaste ferite dopo l’esplosione di un serbatoio durante una distribuzione illegale di carburante nel nord del Paese. Il 20 settembre un’interruzione di corrente ha interrotto il voto di fiducia del Parlamento al nuovo primo ministro Najib Mikati.

 

“Arrivava appena un filo di energia elettrica – ha spiegato Marc Ayoub, ricercatore dell’Università americana di Beirut – e questa scarsità ha danneggiato la rete di distribuzione”. Secondo l’ente elettrico pubblico un carico di carburante “di categoria A” arriverà entro la serata del 9 ottobre, ma potrà essere scaricato per alimentare le centrali di Zouk e di Jiyé solo l’11. All’inizio di ottobre si erano fermate le due centrali galleggianti affittate a Karpowership, una filiale dell’operatore turco Karadeniz Holding, che assicurano circa un quarto delle capacità totali di Edl.

Dal 1990 ogni dodici mesi la rete elettrica pubblica costa al tesoro libanese tre miliardi di dollari. Due anni fa la Banca del Libano, l’Istituto di credito centrale, è stata costretta a cancellare tutte le sovvenzioni sui carburanti e su altri generi di prima necessità. Molti privati hanno dovuto comprare costosi generatori. Gli Hezbollah hanno fatto arrivare petrolio dall’alleato Iran attraverso la Siria attraverso canali clandestini. Oro nero ad alto contenuto di zolfo è stato fornito anche dall’ Iraq in cambio di servizi medici.

 

L’Onu stima che il 78 per cento della popolazione libanese viva in condizioni di povertà. L’esplosione del 4 agosto 2020 al porto di Beirut ha provocato danni ingenti. Il 90 per cento delle importazioni passava attraverso le banchine distrutte. Il 9 marzo 2020 il Libano ha alzato bandiera bianca e non ha pagato un eurobond in scadenza da 1,2 miliardi di dollari.

 

Il Paese dei cedri potrebbe risollevarsi grazie ai giacimenti di gas naturale Tamar e Leviathan che si trovano al largo del suo territorio che confina con Israele. Il 14 ottobre 2020 a Naqoura un incontro preliminare nella sede della missione Unifil due dell’Onu ha dato il via alla trattativa con Gerusalemme. Il quotidiano “Al Arab” stima che il Libano possa diventare il terzo produttore di gas naturale nel mondo arabo. Ma per ora questa è solo una prospettiva luminosa che fa balenare la possibilità di un ritorno dei tempi nei quali il Paese era conosciuto come la “Svizzera del Medio Oriente”  e nei forzieri degli istituti di credito libanesi arrivavano soldi da tutto il mondo arabo e non solo.”. Ancora nel 2011 le sue banche private riuscivano a finanziare buona parte di un debito pubblico arrivato al 130 per cento del Pil.

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