L'Italia sulla luna

Il Pd non sfiducia Bersani e conferma la vocazione al suicidio

Il Paese, un po’ attonito, chiede un governo. La gente, quella gente tante volte ignorata dalla Casta, chiede un governo. La politica elabora, pensa, prende tempo, trama, fa proclami che poi ritira, palleggia a centrocampo nel tentativo (speriamo ormai vano) di mantenere lo stesso potere di sempre non dando le risposte che la gente chiede a gran voce.
Prendete ad esempio ciò che sta succedendo all’interno del Pd, il partito che ha il cerino in mano, il partito che alle recenti elezioni ha vinto alla Camera ma non ha vinto al Senato. E che appunto si ritrova davanti ad una situazione ingestibile e ad un Paese ingovernabile.
La gente di cui sopra chiede chiarezza, chiede interventi strutturali: una nuova legge elettorale che permetta a chi ha un voto più degli altri di governare, meno tasse, drastica riduzione dei costi della politica (a cominciare dai rimborsi elettorali) dimezzamento dei numero dei parlamentari, eliminazione delle inutili Province, lotta senza tregua all’evasione fiscale. La gente, non solo quella che ha votato per Grillo, chiede questo. Chiede chiarezza, chiede rapidi interventi.
E di fronte a queste non più rinviabili richieste, con cosa si presenta il leader del Pd Bersani davanti alla direzione del partito che deve approvare (o respingere) il suo programma per la formazione del prossimo governo? Bersani, che fino all’altro giorno ha corteggiato (ricevendo solo smusate) il Movimento 5 Stelle nel vano tentativo di un accordo, si è presentato con un documento articolato in otto punti scritto in un puro politichese-burocratese che sembra uscito da un Soviet degli anni Sessanta.
Tanto per dare un esempio il primo degli otto punti suona così: “Il Governo italiano si fa protagonista attivo di una correzione delle politiche europee di stabilità. Una correzione irrinunciabile dato che dopo cinque anni di austerità e di svalutazione del lavoro i debiti pubblici aumentano ovunque nell’eurozona. Si tratta di conciliare la disciplina di bilancio con investimenti pubblici produttivi e di ottenere maggiore elasticità negli obiettivi di medio termine della finanza pubblica. L’avvitamento fra austerità e recessione mette a rischio la democrazia rappresentativa e le leve della governabilità. L’aggiustamento di debito e deficit sono obiettivi di medio termine. L’immediata emergenza sta nell’economia reale e nell’occupazione”.
Fine del primo punto messo a fuoco certamente da qualcuno che deve sentirsi molto bravo dopo aver preso il bollino di qualità alle Frattocchie, un tempo scuola di formazione dei grigi quadri dell’antico Pci.
Ma voi, cari lettori di blog, avete avuto qualche sussulto di speranza dopo aver letto queste inutili parole? Parole, per tradurre nell’italica lingua, che suonano come una preghiera all’Europa (quale Europa?) di non romperci troppo le scatole in fatto di austerità.
Ma come, il documento di Bersani comincia con questo? Non comincia coi costi della politica in Italia, con la legge elettorale, con il dimezzamento dei parlamentari, con l’abolizione delle Province, con la riduzione delle tasse, con la lotta all’evasione, ecc. ecc?
No, no, argomenti troppo popolari. Meglio iniziare con quella specie di supplica all’Europa. Pensate solo questo, cari amici, che Bersani al termine della direzione ha avuto la piena fiducia dei convenuti e che il documento è stato approvato all’unanimità meno un astenuto.
Bene, bravi bis, così insegnavano alle Frattocchie. Non un’invenzione, non un colpo d’ali, non un’illuminazione.
Capite cari amici perché il movimento di Grillo ha portato via otto milioni di voti ai partiti tradizionali, capite perché è diventato la seconda o terza forza del Parlamento italiano? Solo perché un partito tradizionale come può essere il Pd non sa dare risposte vere alle domande della gente.
E allora se un partito come il Pd non sa dare risposte immediate, se non sa più stare al passo dei tempi, se non capisce più bisogni ed esigenze degli elettori, sarà bene che faccia un bell’esame di coscienza e cominci a ripensare tutto il suo programma. A partire dal punto numero uno, dal punto numero due e via di seguito per finire all’altrettanto nebuloso punto otto.
Per rivedere tutto questo, il Pd deve cominciare a ripensare anche al ruolo del leader. Bersani, il segretario che ha vinto e perso nello stesso tempo, che apre (senza successo) a Grillo e chiude al Pdl, che non ha pronto un piano B per la formazione del governo, che sembra parecchio stanco dopo mesi di estenuante campagna elettorale prima per le primarie del partito e poi per le elezioni, ieri alla riunione della direzione avrebbe dovuto fare una sola cosa: dimettersi e lasciare campo a dirigenti un po’ più propositivi. E invece è stato confermato all’unanimità. Tempo fa l’ex premier Prodi ebbe a dire che il Pd è un partito votato al suicidio. Quello che è successo ieri ne è l’ennesima dimostrazione.

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