L'Italia sulla luna

Governo, Bersani alla resa dei conti. E anche il Pd rischia grosso

Il segretario del Pd Bersani ha cominciato la consultazione coi vari partiti nel tentativo disperato di riuscire a mettere insieme un governo credibile.
Tentativo disperato, perché come si sa il Pd al Senato non ha la maggioranza neppure se Monti decidesse di appoggiarlo con la sua Lista Civica.
Escluso che Bersani possa pensare seriamente ad un governo di minoranza in cerca perennemente di maggioranza in Aula sui singoli provvedimenti, il segretario del Pd ha a disposizione due sole alternative: o nel giro di poche ore (stante l’indisponibilità al dialogo di Grillo e dei suoi) riesce a convincere una decina di grillini e qualche leghista insoddisfatti a passare con lui e raggiungere così un numero consistente di senatori (sempreché Monti sia d’accordo) o getta la spugna. Catastroficamente perché oltre a rinunciare al posto di premier in pectore dovrebbe secondo me dare anche le dimissioni da segretario del partito.
E perché dovrebbe dare le dimissioni da segretario? Perché, sempre secondo me, Bersani (che mai e poi mai pochi mesi fa quando tutti lo davano sicuro vincitore avrebbe potuto pensare di ritrovarsi oggi in queste condizioni) non ha mai voluto prendere in considerazione l’unica strada percorribile che gli si era prospettata: e cioè quella del governo di larghe intese col Pdl. Una strada invocata anche da una parte del Pd che in queste ore è parecchio in fibrillazione con botte e risposte fra vari personaggi di spicco.
Invece da quell’orecchio Bersani non ci ha mai voluto sentire. E da subito ha preferito andare ad un durissimo muro contro muro con il Pdl piuttosto che cercare una via d’uscita da una situazione che appare inestricabile. Capisco anche che stringere accordi con personaggi del tipo di Berlusconi, dopo una campagna elettorale punteggiata da toni altissimi, possa essere ributtante. Ma, come si dice, se la Patria chiede un sacrificio forse quel sacrificio bisogna pur farlo, per il bene della patria e dei patrioti.
Un governo di larghe intese o, come si dice, di scopo: pochi fondamentali punti da dibattere e votare, a cominciare dalla riforma della legge elettorale in modo che non possano più succedere situazioni come quelle che si sono determinate con le recenti elezioni al Senato, poi i tagli dei costi della politica, la trasformazione del senato in camera delle regioni, e via a seguire con particolare e determinata attenzione alla crisi in atto e ai dispositivi per uscirne. Un governo provvisorio di salute pubblica per ridare una guida all’Italia, riforme condivise e poi via verso nuove elezioni e ognuno per la propria strada.
Queste cose Bersani e i “giovani turchi” che lo sostengono guidati dall’insopportabile Fassina (uno al quale da bambino è stata forse regalata la scatola del “Piccolo D’Alema” e non si è più ripreso) non hanno mai voluto prenderle in considerazione. Ed ecco perché Bersani in seguito alla sua testardaggine potrebbe andare a sbattere contro un muro.
E a rischiare con lui potrebbe essere tutto quanto il Pd che potrebbe addirittura arrivare a sfasciarsi, date le attuali inquietudini, acuitesi anche dopo che sull’altare del rinnovamento i geni del Pd hanno immolato Franceschini e la Finocchiaro, prima indicati come presidenti di Camera e Senato, poi messi repentinamente in soffitta.
C’è da dire, per gli amanti delle statistiche, che mai una vittoria alle elezioni come quella conseguita dal Pd potrebbe rivelarsi più dirompente. Ma c’è anche da dire che il Pd riesce a riservare ai suoi elettori sempre grandi sorprese. Quasi sempre sgradite.

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