Silvio e Giuseppe, italiani a Marrakech. Di chi essere orgogliosi? Io non ho dubbi
Hanno reso omaggio alle mie origini anche in un vicolo polveroso della kasbah di Marrakech. “Italiano?” chiede un marocchino con una modesta galabia addosso. E al mio sì giù risate inframezzate da parole come “Berlusconi” e “bunga bunga”.
Davvero una bella soddisfazione farsi prendere in giro anche in Marocco per la dolce vita dell’ex premier. Una bella presa in giro arrivata dopo tre ore e mezzo di un pazzo volo affollato da un’infinità di adulti e da almeno una cinquantina di bambini marocchini, molti in lacrime, altri (piccolissimi) ad esercitarsi a camminare da soli, con vero sprezzo del pericolo, nel corridoio dell’aereo. Ma bisogna avere pazienza, è un volo low cost…
Davvero una grande soddisfazione. D’altra parte vuoi mettere il divertimento di milioni di marocchini a leggere la storia della giovanissima Ruby Rubacuori e dell’anziano Silvio?
Vuoi mettere le risate dei marocchini quando saranno venuti a sapere che la ragazzotta che allietava le serate di Arcore non era (come qualcuno voleva far credere) egiziana e non era nemmeno (come qualcuno voleva far credere) nipote del presidente Mubarak?
Che titoli avranno fatto i giornali locali quando avranno saputo che quella rubacuori era solo una giovane marocchina piuttosto emancipata in Italia con famiglia ancora in Marocco?
“Italiano?”. Sì italiano, come quel Toto Cutugno che canta a tutto volume nei vicoli del suq. “Italiano?”. Sì, e contento di esserlo. Perché sempre a Marrakech, città affascinante che non dorme mai, ti può capitare anche di imbatterti in tanti altri italiani che coi loro racconti ti riempiono il cuore.
Come Giuseppe, chiamiamolo così, che mi racconta di suo padre emigrato in Belgio in cerca di lavoro negli anni Cinquanta. Via da un paesino della Sicilia che non offriva che miseria e approdo in un borgo vicino a Marcinelle, nome tragico nella storia di miniere e minatori per un’immane tragedia in cui, nel 1956, persero la vita, tantissimi italiani.
Anche il padre di Giuseppe faceva il minatore e pure lui, Giuseppe, un colosso che quasi si commuove ad ascoltare Celentano che canta “Azzurro”, lavora in una miniera.
Sa di vivere in un paese triste, sa di vivere in un “plat pay” (perché il nostro conosce anche la musica di Brel), sa di vivere dove nuvole e fuliggine tengono lontane le emozioni. Ma quella è la sua vita e lui ne è contento, perché lì in Belgio, ha costruito la sua famiglia, ha sposato una ragazza belga, ha tirato su un bel figlio la cui lingua madre è il francese. Giuseppe ha un lavoro, pure il figlio ha un lavoro (“perché in Belgio, se uno ha voglia di darsi da fare, il lavoro si trova”) pur essendo nato in Belgio non ha mai rinunciato alla cittadinanza italiana, ama l’Italia, ama il suo essere italiano, ama il Paese dove vivono alcuni suoi parenti, ama il clima dell’Italia, la cucina dell’Italia che, con l’aiuto della sua mamma, ha insegnato alla moglie belga, ama le tradizioni italiane che cerca di trasmettere al giovane figlio.
L’Italia non ha dato niente al padre emigrato davvero con la valigia di cartone, ha dato poco anche a lui visto che vive e lavora in Belgio, eppure è innamorato di questo Paese che (a noi che ci abitiamo) appare spesso a pezzi, dilaniato dalla crisi e da una classe politica incapace di recuperare credibilità. Giuseppe è animato davvero da quello che si definisce amore patrio, e col suo comportamento e i suoi sentimenti tiene davvero alto, pur col suo lavoro di minatore, il nome dell’Italia all’estero. Davvero un bell’esempio per questi tempi italiani così confusi, così miserevoli, qualche volta così rivoltanti.
Ecco dunque perché mi arrabbio se qualcuno identifica me o l’italiano in generale con Berlusconi e il suo passatempo preferito. Lo confesso sinceramente: fra il miliardario Silvio e il minatore Giuseppe la mia ammirazione va a quest’ultimo.
