L'Italia sulla luna

Alle origini di una sfida: ha ragione Renzi, D’Alema è da rottamare

11 aprile, sette mesi fa: “E’ stata una lunga, cordiale e amichevole conversazione”
Poche ore fa: “Il vero cavallo di battaglia di Renzi, che di idee nuove ne ha pochissime è continuare ad attaccare me”. E a proposito di dare risposte alla crisi: “Renzi è ignorante da questo punto di vista. Mente. E’ spiritoso, brillante ma superficiale e questo non depone a favore di chi dovrebbe diventare il leader del più grande partito italiano”. E per finire: “Il rischio è che Renzi trasformi il partito nella peggiore Democrazia cristiana”.
A parlare così del sindaco di Firenze che, dopo le primarie dell’8 dicembre, ha grandissime chances di diventare il nuovo segretario del Pd è Massimo D’Alema.
D’Alema chi? Potrebbe chiedere uno un po’ distratto. E allora bisognerebbe spiegare a questo distratto che è proprio “quel” D’Alema. Non un altro, non un clone, proprio lui. Il lìder Massimo, eminenza grigia dello stesso Pd e che del partito (che una volta era comunista) ha ricoperto praticamente tutte le cariche e che, sempre in nome di quel partito, è stato anche Premier e più volte ministro.
Proprio lui che ora sta sbeffeggiando con le sue parole il (possibile) nuovo segretario del Pd e che fa sfegatatamente il tifo per l’avversario più accreditato di Renzi, cioè quel Gianni Cuperlo che, prima dello scioglimento, è stato l’ultimo segretario della Fgci che, è bene ricordarlo per esteso, era la federazione giovanile comunista italiana. Roba dell’altro secolo ma che evidentemente continua ad unire saldamente certi personaggi dell’ex Pci.
Ma non divaghiamo, perché la cosa più interessante su cui si interrogano tutti i giornali in queste ore, dopo il virulento e inusitato attacco di D’Alema a Renzi, è perché si sia arrivati a questo punto. E lì tutti a ricordare, ripensare, rimuginare, ricostruire, prospettare.
E anch’io ho una teoria. Una teoria che risale appunto a quell’11 aprile scorso quando Massimo D’Alema, a sorpresa, andò a trovare Matteo Renzi in Palazzo Vecchio a Firenze e si trattenne per più di un’ora nello studio del sindaco. E alla fine del colloquio D’Alema se ne uscì con quella frase riportata appunto all’inizio del post.
Per giorni mi sono chiesto che cosa ci fosse andato a fare D’Alema da Renzi, un giovane sindaco rottamatore che nel suo personale elenco aveva messo pure l’orditore di trame rosse fra i più attivi del partito da vari lustri. Eppure D’Alema, nonostante questo, pur essendo considerato un rottamando, era proprio andato a trovare il sindaco.
Una visita di cortesia? Escludiamolo. E allora doveva essere una visita interessata. Per cosa? Secondo me una visita tanto per tastare gli umori del sindaco (umori che poi Renzi avrebbe dovuto trasmettere ai suoi in parlamento) su una possibile candidatura di D’Alema al Quirinale, elezioni per la presidenza della Repubblica che si sarebbero tenute di lì a pochi giorni.
Non si sa in realtà che cosa si siano detti D’Alema e Renzi in Palazzo Vecchio, da quel colloquio a due non è mai uscito niente di più di semplici dichiarazioni di circostanza. Si sa però come si sono svolte le travagliatissime elezioni per il Quirinale: D’Alema non è mai stato ufficialmente in corsa, mentre in corsa c’è stato Romano Prodi, il professore che (dicono) era gradito anche ai parlamentari di Renzi ma che guarda caso è stato affossato proprio da 101 dissidenti del Pd (che molti hanno sempre sospettato essere dalemiani).
Da allora in poi i confronti fra Renzi il rottamatore e D’Alema, il rottamando, sono sempre stati più coloriti e accesi, fino ad arrivare al volo degli stracci di poche ore fa. Sarà un caso? Forse.
Penso comunque che Renzi abbia assolutamente ragione quando dice: “Sono stati D’Alema e gli altri a distruggere la sinistra. Non sarò io a farlo”. E penso anche che abbia ragione quando dice che D’Alema è da rottamare.

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