L'Italia sulla luna

E’ questo il momento di aumentare il prezzo di caffè e cappuccino?

Un distinto pensionato in fila davanti a me alla cassa del bar, si gira e bofonchia: “Ma a lei sembra giusto, le sembra questo il momento per aumentare i prezzi?”. Ha appena letto un cartello appoggiato sul bancone: “Si avverte la gentile clientela che dal 2 gennaio il caffè costerà 1,10 euro e il cappuccino 1,30 euro”. E quell’avviso evidentemente lo deve avere fatto arrabbiare.
“Mica per i dieci centesimi, a parte il fatto che sono importanti anche quelli, ma proprio per una questione di opportunità. L’Italia è in crisi, la gente è senza lavoro, le fabbriche chiudono e questi qui aumentano di dieci centesimi secchi il costo di una minuscola tazzina di caffè? Mi sembra un’indecenza lucrare in questa maniera su uno dei piaceri più grandi degli italiani. Io sono abituato a prenderne due al giorno di caffè al bar, la mattina e dopo pranzo. Vuol dire che da oggi ne prenderò uno solo, e lo farò soprattutto per dare un segnale a questi signori”.
Già, in un Paese in cui è tutto ancora in alto mare e dove nuove e vecchie tasse si annodano in un giro di aliquote (non ancora certe) date (non ancora certe) e incomprensibili acronimi che cambiano di giorno in giorno, una cosa certa, oltre all’aumento dei pedaggi delle autostrade, è quella dell’aumento del costo della tazzina di caffè e del cappuccino, riti propiziatori della giornata dell’italiano, uno di quei riti che uniscono indistintamente gli italiani di tutte le regioni, isole comprese, e di tutte le fedi politiche e religiose. Ed è per questo che, come nel caso del nostro pensionato, genera anche un po’ di indignazione nei clienti.
“Dicono – il nostro manda avanti la conversazione fuori dal bar - che era da cinque anni che non veniva ritoccato il prezzo della tazzina di caffè. A parte il fatto che non ci credo e non vedo l’ora di andare a casa per consultare un po’ di statistiche, se hanno aspettato cinque anni ne potevano aspettare anche sei per vedere se in questo 2014 si riesce ad uscire o no dalla crisi. Non crede?”
Credo di sì. Credo che le associazioni di categoria avrebbero potuto lasciar passare questo momento prima di aumentare il prezzo di caffè e cappuccino, penso che per loro non sarebbe stato un grande sacrificio e non avrebbero influito negativamente sugli umori dei clienti, già duramente provati.
Penso anche che è diritto dei proprietari del bar ricordare (ammesso che sia vero, come dubita il nostro interlocutore) che da cinque anni non ritoccano il prezzo, penso però che onestamente potrebbero ricordare anche quando con il passaggio dalla lira all’euro il costo di una tazzina di caffè aumentò percentualmente in maniera incredibile. Costava mille lire una tazzina di caffè nel dicembre del 2001? Ebbene credo di non aver mai pagato una tazzina di caffè 50 centesimi di euro dall’inizio del 2002 in poi. Sempre parecchio di più. Quella è stata una delle tante speculazioni avvenute col cambio lira-euro.
“Tanti anni fa – mi dice ancora il pensionato giustamente indignato – a Firenze c’era il presidente di un’associazione dei commercianti che tutte le volte per giustificare l’aumento del prezzo della tazzina di caffè diceva che in Brasile, da dove veniva il caffè, c’era stata una gelata che aveva compromesso il raccolto e che per questo era aumentato alla fonte il prezzo del prodotto. Sa, allora non c’erano i mezzi che ci sono oggi, non c’era internet, non c’erano i telefonini, giornali e tv si occupavano poco del Brasile e così l’aumento di prezzo passava anche se tra i mugugni”.
“Lei – conclude beffardamente – non sa mica se in Brasile in questo periodo c’è stata una gelata? A me risulta che laggiù ora è estate”.

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