Riscatto sì, riscatto no: basta coi volontari “fai da te”
Riscatto sì, riscatto no. Non è la nuova canzone di Elio e le Storie tese. E’ il leitmotiv che ci accompagnerà per chissà quanti giorni ancora: con il governo a dire che l’Italia non ha pagato alcun riscatto per la liberazione di Vanessa e Greta e le opposizioni (con la Lega di Salvini in testa) a chiedere quanto è stato pagato o, in subordine, a voler sapere come sono andate realmente le cose che hanno permesso alle due volontarie italiane di lasciare una prigionia di tagliagole islamici (una prigionia che andava avanti dalla fine di luglio dello scorso anno) e tornare nelle loro case in Lombardia.
Allora, cerchiamo di mettere un po’ d’ordine nella miriade di emozioni che hanno preso milioni di italiani all’annuncio della liberazione delle due ragazze.
- Siamo tutti felici che Vanessa e Greta, andate volontariamente e sciaguratamente in Siria a dare una mano a non si sa chi, in mezzo ad una guerra civile dove non si sa chi siano i buoni e chi siano i cattivi, siano tornate a casa sane e salve.
- E’ certo che è stato pagato un riscatto. Il ministro degli esteri Gentiloni da ore e ore si affanna a dire che niente è stato pagato ma dice nello stesso tempo che il governo attuale ha seguito in questa vicenda la stessa linea seguita da altri governi che l’hanno preceduto. Il che vuol dire che è stato pagato un riscatto (un caso per tutti: quello di Giuliana Sgrena, giornalista del “Manifesto” liberata in Iraq nel 2005 dietro pagamento di riscatto; in quell’occasione, il funzionario dei servizi segreti Nicola Calipari perse la vita ad opera di un marine americano in un tragico, e mai chiarito, episodio di “fuoco amico”).
- Non si sa e interessa il giusto sapere in cosa sia consistito il “riscatto”. Possono essere stati milioni di dollari (come sostengono in molti; milioni investiti subito in bombe, kalashnikov, pistole o bazooka a disposizione di terroristi musulmani) o in scambio di favori (prigionieri, informazioni, collaborazioni tra 007).
- L’importante era riuscire a riportare a casa sane e salve le due giovanissime volontarie di una misteriosa onlus messa su da loro e da un altro personaggio non meglio identificato. E il governo ci è riuscito, cosa che poteva anche non avvenire.
- Penso comunque, qualunque sia stato il “riscatto” per Greta e Vanessa pagato dal governo italiano a qualche formazione musulmana, che le cose non possano andare avanti così. Il governo dovrebbe aver ben presenti le organizzazioni umanitarie autorizzate (dal governo stesso) ad agire in territori ad altissimo rischio ed essere pronto a garantire per i loro componenti. (Per i dipendenti privati che operano in territori di guerra sono le aziende a stipulare assicurazioni per coprire i rischi in caso di rapimento o morte).
- Non è che l’Italia debba essere in dovere di agire o pagare un riscatto per qualsiasi aspirante suicida decida, per esempio, di andare a passare qualche giorno in Libia dove infuria lo scontro fra combattenti del Califfato e soldati governativi. Questo incosciente deve sapere che se va a Bengasi ci va completamente a suo rischio e pericolo.
- Il governo dovrebbe anche indicare periodicamente ai cittadini italiani quali Paesi dei cinque continenti sono maggiormente a rischio e quali Paesi sono assolutamente da evitare in mancanza di autorizzazione dello Stato. No, non è questione di porre limiti alla sacra libertà individuale: uno, se vuole, può andare lo stesso a farsi un viaggio in Nigeria, ma se ci va deve sapere di farlo a suo completo rischio e pericolo.
Poche considerazioni per non ritrovarsi ancora in situazioni simili a quelle di Greta e Vanessa e non dover più imbattersi in dichiarazioni come è capitato di leggere in queste ore successive alla liberazione delle due ragazze.
Ha detto Salvatore Marzullo, padre della ventunenne Vanessa: “Noi eravamo contrari all’ennesima partenza di Vanessa per la Siria, questo era il suo terzo viaggio nel Paese. Ho provato in ogni modo a dissuaderla, fin dall’inizio: ero pronto a sostenere i costi di una fondazione, ma a patto che operasse qui in Italia, coordinando gli aiuti per la Siria. Invece lei non ha voluto sentire ragione: è così presa dal cuore da non usare la testa. I bambini sono la sua fissa: è per loro, per ‘i miei fratelli siriani’ come li chiama sempre che ha fatto tutto questo”.
Ha detto la ventenne Greta: “Non volevo causare dolore. Scusa mamma se ti ho fatto tanto male. Ci scusiamo entrambe con voi e con tutta l’Italia”.
Resta solo da sperare che la brutta avventura vissuta da Greta e Vanessa, conclusasi fortunatamente bene, serva almeno a far riflettere sul fatto che il volontariato in certi posti è davvero una cosa rischiosa (e anche un po’ velleitaria) che richiede preparazione e professionalità. E speriamo che qualcuno metta uno stop al “volontario fai da te”.
