L'Italia sulla luna

Non è ancora il tempo di combattere. E’ il momento di essere uniti e ragionare

Penso che non si possa essere barbaramente decapitati solo perché si è di una religione diversa.

Penso che a vedere quei poveri cristiani copti egiziani, scortati come fossero cagnolini da passeggio dai tagliagole dell’Isis lungo la battigia, prima di essere costretti ad inginocchiarsi sulla sabbia e a farsi tagliare la gola, la prima reazione di chi ha un minimo di sensibilità non possa che essere la voglia di andare a dare una lezione a suon di proiettili e bombe a quei terroristi vestiti di nero.

Penso che la stessa sensazione di orrore e rabbia abbia colto chiunque del mondo civilizzato davanti alle esecuzioni dei vari ostaggi americani, inglesi, giapponesi giustiziati da quel boia mancino che spero un giorno possa far la fine di tutti quelli a cui ha tagliato la gola solo perché cristiani.

Spero che finiscano bruciati anche tutti quelli dell’Isis, il sedicente califfato di terroristi islamici che opera in Siria, Iraq e in Libia, che hanno bruciato vivo in gabbia quel pilota giordano, abbattuto e caduto nelle loro mani. Un pilota musulmano ucciso senza neppure rispettare i dettami del Corano.

E penso infine che chiunque di noi italiani si senta un po’ turbato dal fatto che quei tagliagole dell’Isis abbiano fatto gentilmente presente, in tono ovviamente minaccioso, che sono “a sud di Roma” e che il nostro ministro degli esteri Gentiloni sia stato definito un “crociato” e sia entrato nel mirino dei terroristi islamici.

Ci sarebbe quindi più di un motivo per decidere di andare a combattere in Libia, un paese minacciosamente troppo vicino a noi e dal quale partono in continuazione barconi carichi di migliaia di migranti fra i quali si nasconderanno di certo vari terroristi.

Un impulso ad andare in Libia sull’onda emozionale di ciò che abbiamo avuto sotto gli occhi fino ad oggi nella tragica interpretazione di quelli dell’Isis, un impulso ad andarci perché non fa davvero piacere pensare di avere bande di terroristi pronti a tutto a (relativamente) pochi chilometri dalle nostre coste.

Il ministro Gentiloni ha detto che gli italiani sono pronti a combattere, il ministro della difesa Pinotti, non si sa bene in base a quale ragionamento, ha fato sapere che l’Italia potrebbe mandare in Libia un contingente di cinquemila soldati.

Renzi ha messo uno stop a tutto queste voci: ed ha precisato che non è certo il momento di farsi prendere dagli isterismi. Che non è ancora il tempo di andare a combattere in territorio libico ma che è ancora quello della diplomazia. Parole che hanno sorpreso tutti quelli che reputano il premier uno che agisce d’istinto e che non sta a perdere tanto tempo.  

Bisogna però dire che questa è una situazione che merita particolare attenzione e preoccupazione: qui non si tratta di rottamare qualche vecchia e locale cariatide  della politica, qui non si tratta di mandare al diavolo i gufi che sperano che il cammino delle riforme si blocchi o sbeffeggiare quei nani e ballerine (definizione di Denis Verdini) che affollano la corte di Berlusconi e che di recente hanno promesso che “faranno vedere a Renzi i sorci verdi”.

In questa occasione non c’è da prendere decisioni avventate o emozionali. Su come rispondere alle minacce dell’Isis bisogna ragionare molto e bene. E far ben presente a tutti gli amici dell’Europa che quei tagliagole dell’Isis non sono solo al sud di Roma, ma sono anche al sud della spagnola Costa Brava, della francese Costa Azzurra, di Malta, di Atene. Insomma, sono al sud dei confini di quell’Unione Europea che deve decidersi ad affrontare il problema del terrorismo che minaccia tutti noi europei.

Non solo. Come ha detto Renzi, su come risolvere la minaccia dell’Isis alle nostre porte, deve essere l’Onu nel suo complesso a definire una strategia. E una volta che l’Onu avrà deciso come risolvere la guerra dichiarata dall’Isis a tutto il mondo civilizzato il governo italiano di certo, come ha già fatto in tante altre occasioni, non si tirerà indietro e sarà di certo in prima fila a difendere i valori culturali e religiosi di un Paese che vuole solo vivere in pace.

No, ora non è il momento di andare scriteriatamente a combattere. Senza sapere dove e contro chi, in un Paese, la Libia, diviso in mille fazioni, dove è difficile riconoscere i buoni dai cattivi.  

Ora è il momento di aspettare ed è il momento in cui tutte le forze del parlamento si uniscano per tentare di trovare, senza isterismi o steccati ideologici, una soluzione ad un problema che non è né di sinistra, né di destra, né di centro. Riusciranno i parlamentari italiani a trovare un punto d’intesa su questo o continueranno a sfinirsi in vergognosi interessi di bottega?

   

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