Alfano, Calderoli, Pd a pezzi, scandali vari. Incredibile, nonostante tutto, c’è chi crede ancora nell’Italia
Come si fa a non essere d’accordo con le preoccupazioni del presidente Napolitano che durante la tradizionale cerimonia della consegna del “Ventaglio” ha detto: ”Si può mettere a repentaglio la continuità di questo governo impegnato in un programma di attività ben definito senza offrire pesanti ragioni ai più malevoli e anche interessati critici detrattori del nostro Paese, pronti a proclamare l’ingovernabilità e inaffidabilità? I contraccolpi a nostro danno si vedrebbero subito e potrebbero risultare irrecuperabili”.
Preoccupazioni più che condivisibili, come abbiamo detto, ma poi tutto finisce lì. E non potrebbe essere altrimenti.
Perché a dare un’immagine veramente drammatica del nostro Paese non sono perfidi giornalisti di quotidiani o media di ogni altro genere che ce l’hanno col nostro povero Paese. Non sono opinionisti, esperti, scrittori o intellettuali di vario genere e vario titolo.
No, a dare una pessima immagine dell’Italia sono gli stessi protagonisti della nostra politica, della nostra economia, della nostra finanza. Non sono forze oscure o orchestrate per dare un’immagine pessima di noi all’estero, siamo noi stessi (noi in senso lato) a fornire all’interno e all’estero su un piatto d’argento una serie di inadeguatezze da far paura.
L’ultima settimana di cronaca è stata veramente terribile. Cosa abbiamo offerto ai nostri detrattori? Allora, guardiamo un po’.
Tanto per cominciare abbiamo offerto un senatore leghista, per di più vicepresidente di quel Senato della Repubblica in cui siede, che ha dato dell’orango ad un componente del governo Letta, Cecile Kyenge, primo ministro di colore del nostro Paese. Quell’espressione non l’ha pronunciata per razzismo, si è difeso Calderoli, ma si trattava solo di un passaggio in un accalorato comizio ad uso e consumo di altri leghisti.
Di fronte all’unanime indignazione (eccetto che da parte della Lega) Calderoli ha infine chiesto scusa alla Kyenge ma nonostante le insistenze, non ci ha pensato neppure un secondo a dimettersi.
La vicenda kazaka (la fuga del dissidente Ablyazov, la perentoria espulsione dall’Italia della moglie e della figlioletta di sei anni con susseguente e drammatico rientro in patria) il Capo della Stato l’ha definita un “fatto inaudito”. E non potrebbe essere altrimenti. Col presidente del Consiglio Letta che non sapeva nulla della vicenda, col vicepremier nonché ministro dell’Interno Alfano che si è difeso affermando di essere stato tenuto all’oscuro di tutto ciò che stava succedendo a pochi metri da palazzo Chigi, con alcuni funzionari del Viminale e della polizia divenuti capri espiatori e per questo rimossi dai loro incarichi.
In tanti in parlamento hanno chiesto le dimissioni di Alfano. Lui non ci pensa nemmeno a darle, anche perché se le dovesse dare forse potrebbe saltare il governo. Anche in questo caso si è dato (e si sta dando) un bella prova di noi all’estero.
Potrebbe finire qui. Ma non è così. Perché il Partito Democratico, asse portante del governo e di cui fa parte appunto il premier Letta, sta dando (anche all’estero) un’immagine a dir poco preoccupante, diviso com’è in un’infinità di correnti, con attori e attorini che su ogni cosa se le stanno dando di santa ragione in vista anche di annunciate primarie (quando, come, dove?) per la segreteria del partito e possibile leadership per il governo. Uno spettacolo inaudito che davvero non può che far riflettere gli aspiranti investitori esteri.
Almeno fosse finita. No perché proprio poche ore fa sono successe cose che noi umani non possiamo neppure immaginare: un personaggio conosciutissimo in tutto il mondo come Marco Tronchetti Provera (tanto per dire, è l’attuale presidente della Pirelli) è stato condannato in tribunale a un anno e otto mesi di reclusione per una vicenda di ricettazione di informazioni illegali risalente a quando Tronchetti Provera era presidente del colosso Telecom.
Sempre in tema di nomi illustri e potentissimi nella giornata di ieri è finita agli arresti per una vicenda di falso in bilancio aggravato e manipolazione di mercato tutta la famiglia Ligresti (il padre Salvatore e i tre figli ) e tre manager di Fondiaria-Sai, la gloriosa e influente compagnia di assicurazioni ora passata sotto il controllo di Unipol.
Che dire ce ne sarà abbastanza per condividere la preoccupazione del presidente Napolitano? Direi di sì, anche se continuo a credere che tanti, all’estero, continuino a infischiarsene di tutto questo (basta guardare l’andamento della Borsa) e continuino a credere in un nuovo, possibile miracolo italiano. Non si sa bene in base a quali credenze o speranze.
