L'Italia sulla luna

Ma perché Poste italiane non investe in Poste italiane invece che in Alitalia?

Mi scrive un amico: “Hai letto la notizia? In nottata il cda di Poste Italiane ha dato il via libera ad un aumento di capitale da 75 milioni di euro. L’aumento rientra nell’operazione che prevede l’ingresso di Poste in Alitalia. Da ridere vero?”
Né io né il mio amico siamo esperti di macroeconomia (apro parentesi, un giorno mi piacerebbe davvero conoscere un grande esperto in grado di risolvere i problemi del mondo. Ma c’è, esiste?) e quindi non possiamo certo pretendere di dibattere sull’opportunità o meno di Poste di entrare in Alitalia. Affari loro (e nostri purtroppo, visto che si tratta di Poste Italiane e della compagnia di bandiera italiana).
Ma dietro quell’amara risata, dovete sapere, c’è un piccolissima storia. Talmente piccola che si può riassumere così: giorni fa ho accompagnato quel mio amico in un ufficio postale di campagna a ritirare una raccomandata. Ebbene per quella semplicissima operazione ci abbiamo impiegato quaranta minuti. Quaranta minuti della nostra vita sprecati in una snervante attesa. Non perché davanti a noi ci fosse una folla infinita, ma semplicemente perché le Poste non vogliono più fare le Poste. Vogliono essere una banca, vogliono invogliare all’apertura di conti, vogliono essere un punto vendita di gadget vari, vogliono organizzare viaggi. Insomma vogliono essere tutto eccetto che la ragione sociale per cui sono nate.
E così se davanti ti capita una signora che deve depositare una parte di pensione su un libretto, che deve ritirare soldi da un altro libretto di una mamma che non esce di casa, che intenderebbe fare un’operazione per la quale dovrebbe essere presente per la firma anche il marito assente, se poi l’unica impiegata di tutto l’ufficio (davanti ai gesti di impazienza di altre persone in fila) si mette a spiegare per filo e per segno gli incredibili vantaggi di un’iniziativa delle Poste che (se ho capito bene) si dovrebbe chiamare Conto smart, e se poi davanti hai qualcun altro che deve pagare solo un bollettino, ecco che fanno presto a passare quaranta minuti.
E di tutto questo non sono certo responsabili i poveri addetti al servizio che oggi devono fare nello stesso tempo i bancari e gli impiegati delle poste fra libretti di risparmio, computer che funzionano a rilento e stampanti che non partono.
E’ la dirigenza delle Poste che sembra non aver più voglia di far funzionare le Poste per la posta. Quella stessa dirigenza che ora vuole entrare in Alitalia.
Nell’attesa della raccomandata quel mio amico, che abita in campagna, mi ha anche raccontato che da come gli viene consegnata la posta a casa, può dedurre se il postino ha goduto di un giorno di riposo, se è stato malato, se è andato in ferie per due settimane. Sì perché raramente quel postino assente viene sostituito da un altro a sbrigare il servizio di portalettere.
Si dirà che oggi ci sono le email, si dirà che ci sono i corrieri privati, si dirà tante belle cose. Ma si dovrà anche dire che non tutti hanno ancora l’email, che non tutti hanno voglia di rivolgersi a corrieri privati. E che le Poste non hanno ancora dichiarato ufficialmente di non voler più essere le Poste. E allora bisognerà pur dire che le Poste, oltre a tante altre belle cose, dovrebbero continuare a fare anche le Poste e assicurare un servizio decente per non fare imbestialire tanti clienti.
Sconsolata conclusione della mail dell’amico: “Ma le Poste invece che in Alitalia non farebbero meglio ad investire nelle Poste e nei loro dipendenti?”.
Ai macroeconomisti l’ardua sentenza.

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