Caos nel Pd per il caso Mineo: quando la minoranza pretende di essere maggioranza
A partire da oggi, per quanto tempo i tredici senatori del Pd che si sono autosospesi dal gruppo, faranno la parte dei paladini della democrazia e vittime sacrificali in nome della stessa democrazia? Per quanto tempo si diranno “epurati”, oppressi dalla tirannia di Renzi, dalle decisioni di un piccolo despota che oltre che essere premier è anche segretario del loro partito, cioè del Pd?
Si sa come sono andate le cose. Corradino Mineo, che prima di approdare al Senato è stato per un’infinità di anni un giornalista-militante sulla breccia televisiva, è stato sostituito in commissione Affari Costituzionali, dove si discute della riforma del Senato, perché col suo voto determinante avrebbe rischiato di far impantanare la riforma auspicata da Renzi.
In segno di solidarietà si sono autosospesi altri dodici senatori, tra i quali anche Vannino Chiti, forse aspirante leader della minoranza all’interno del Pd, che tempo fa aveva presentato un progetto di riforma del Senato addirittura antitetico rispetto a quello presentato dal governo.
Ancora una volta, insomma, una parte del Pd non ha perso l’occasione per offrire al pubblico ludibrio una irricevibile immagine dello stato di salute del partito. Una salute parecchio instabile, condizionata spesso, come ebbe a dire il più volte tradito Prodi, da una spinta verso il suicidio senza limiti.
Il nodo centrale, all’interno del Partito democratico, è sempre il solito: ex comunisti, una vecchia e superata classe dirigente che ha contribuito a portare l’Italia al punto in cui è e che non vuole mollare, contro i nuovi centristi guidati da Renzi e da una classe dirigente composta da giovani con la ferma volontà di portare a termine riforme di cui l’Italia ha assolutamente bisogno.
Ma all’interno del Pd, purtroppo, c’è anche un, chiamiamolo così, sottonodo centrale. E’ quello, secondo il quale la minoranza del partito su questioni fondamentali vuole da sempre essere maggioranza, pur non avendo i numeri. Civatiani e Cuperliani, allo stato attuale, che non vogliono riconoscere la leadership e quindi il potere decisionale di Renzi e dei suoi.
Può sembrare incredibile ma è proprio così. In ogni democratica assemblea, piccola o grande, sia essa un consiglio d’amministrazione, sia essa una riunione di redazione, sia essa una riunione di condominio, sia essa un consiglio di partito, sia essa una riunione di famiglia, si discute, ci si confronta, si media ma poi alla fine qualcuno deve decidere. E se le soluzioni divergono, si vota. Chi prende più voti, decide. E’ sempre stato così. In questo caso, sembra quasi incredibile stare a parlare di tredici senatori che si autosospendono per opporsi ad una linea decisionale quando in Senato i rappresentanti del Pd sono, salvo errori o omissioni, 108.
Dice Luca Lotti, sottosegretario alla presidenza del consiglio e responsabile dell’organizzazione del Pd: ”Credo che 13 senatori non possono permettersi di mettere in discussione il volere di 12 milioni di elettori e non possono bloccare le riforme che hanno chiesto gli italiani”.
Sottolinea il senatore Andrea Marcucci: “Il programma di Matteo Renzi era ampiamente noto ed aveva un titolo: riforme. Lo conoscevano gli elettori delle primarie dell’8 dicembre e delle elezioni europee del 25 maggio. Sulle riforme abbiamo fatto 5 assemblee di gruppo a Palazzo Madama, 2 direzioni del Pd. Il testo del disegno di legge costituzionale non è arrivato in parlamento blindato, il ministro Boschi si è confrontata con la commissione. In democrazia contano i numeri non i veti di 13 colleghi senatori”.
E Luca Lotti aggiunge un folgorante: “Siamo un partito democratico non un movimento anarchico”.
Insomma, Mineo e gli altri hanno messo in scena l’ennesima figuraccia del Pd, un partito che, se le cose continueranno così, non può che essere destinato ad una scissione.
Anche perché Renzi, che sta rientrando dalla missione in Asia, ha fatto sapere a muso duro: “Non ho preso il 41% dei voti per lasciare il futuro del Paese a Mineo”.
Mi viene in mente un pensiero tristissimo: che a soffrire più di tutti per la grande vittoria di Renzi alle europee dove ha portato il Pd ad avere il 41% di consensi, nella notte del 25 maggio non siano stati i grillini, non siano stati quelli di Forza Italia o i leghisti, ma che siano stati tanti cari “amici” di partito del premier nonché segretario.
