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I giorni dell’orgoglio

Firenze, 17 settembre 2013 - Signori, in piedi: entra l’Italia. Quella vera. Quella che le cose le aggiusta, le ricostruisce. Prima, magari le disfa pure. Ma avendo poi la straordinaria capacità di chiedere scusa e di rimettere tutto a posto. Certo, il colosso della Concordia, enorme monumento alla nostra inettitudine, non tornerà mai come prima. Ovvio. Quelle lamiere arrugginite, ferite, corrose dall’acqua che abbiamo visto riemergere centimetro dopo centimetro in una diretta di straordinaria intensità, sono il segno inequivocabile che la notte del 13 gennaio di due anni fa qualcosa è successo su quella nave e contro quelle rocce dell’isola del Giglio. Qualcosa di tremendo. Irrimediabile. Ma se dall’alba di ieri questa macchina è in moto, e se all’alba di oggi la Concordia si sarà rialzata, se guarderà di nuovo il mare con la sua prua diritta, orgogliosa, beh, potremo confermare che per questo Paese, Schettino è l’eccezione e non la regola. Che tutta l’Italia, dopo i giorni della vergogna in mondovisione, ha rialzato la testa. E che testa.

I cinquecento della sala di comando, i tecnici, gli ingegneri, la Protezione civile. Un’operazione internazionale, certo, ma con il cervello di casa nostra. E che cervello. Perchè, cari signori, a finire contro uno scoglio sono capaci tutti. Basta sfiorare un’isola, organizzare un «inchino», stappare champagne mentre lo scafo si squarcia e la nave va fuori controllo. Ma il difficile viene dopo. Il difficile è venuto quella notte, quando 3197 persone (equipaggio compreso) sono state messe in salvo, aiutate dagli isolani, dalla guardia costiera. E se da allora dobbiamo piangere 32 vite, pensiamo sempre a quante ne avremmo potuto piangere senza il coraggio dei naufraghi e lo slancio di chi li ha soccorsi e accuditi. Il difficile è venuto da ieri mattina in una operazione mai tentata al mondo e nella storia. Un’impresa paragonabile forse a quella straordinaruia compiuta dai nostri ingegneri e dai cavatori di marmo di Carrara e del bresciano, che dal ’64 e ’68, tagliarono a pezzi, traslocarono e ricostruirono una delle opere più straordinarie dell’arte antica: il tempio di Abu Simbel. Questa è l’Italia che ci piace. Oltre lo spread, oltre la crisi, oltre il pessimismo. L’Italia che a bordo ci torna da sola. Anche quando la nave affonda.

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