Tesori e tesorieri dei partiti, la vera storia

Cronaca

3 febbraio 2012
Disse Francesco Cossiga che «quei duecento milioni di euro erogati sotto l’ipocrita formula di rimborso elettorale sono solo una minima parte dei soldi di cui i partiti possono effettivamente disporre ogni anno. Significa che, come accadeva durante l’assai maltrattata Prima repubblica, i bilanci dei partiti, di tutti i partiti, sono ancor oggi sistematicamente falsi». Lo disse due anni fa al Qn, lo ribadì nel suo ultimo libro-intervista ('Fotti il Potere', edito da Aliberti). Nessuno reagì, tutti fecero finta di nulla. Lo stesso trattamento riservato quasi vent’anni prima a Bettino Craxi. 3 luglio 1992, dall’ultimo discorso pronunciato dal leader socialista alla Camera: «Ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale... Non credo che ci sia nessuno in quest’Aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo». Seguì un agghiacciante silenzio. Nessuno si alzò. I partiti, con la sola e solita eccezione dei radicali, allora come oggi preferirono parlar d’altro.
Tra le parole di Craxi e quelle di Cossiga si compie dunque il ciclo politico della cosidetta Seconda repubblica. Una repubblica fondata sull’ipocrisia — le ‘mani pulite’ — e nell’ipocrisia poi fatalmente affondata: ohibò, il bilancio della Margherita era opaco; perbacco, Lusi affidava i fondi del partito a una società canadese; ma guarda, il tesoriere della Lega fa operazioni finanziarie addirittura in Tanzania; ma pensa, il braccio destro di Bersani aveva creato una rete di potere incrociando affari e politica; chissà perchè il portavoce di Franceschini aveva soldi all’estero?; che strano, a Montecarlo Alleanza nazionale era in affari con una società off shore... Tutti lì a sgranare gli occhi, a dichiararsi stupiti. Anche i leader, soprattutto i leader. Perchè passare per fessi è il male minore. Del resto, a questo servono i tesorieri: a sporcarsi le mani con i soldi, lasciando così il più possibile pulite quelle del segretario.
Nulla è dunque cambiato, allora. I partiti si sono un po’ asciugati, hanno meno beni e meno dipendenti, eppure nel decennio ’98-2008 il «rimborso elettorale» è cresciuto del 1.110%. E se si sommano le spese per i gruppi, i contributi per i giornali, i prelevamenti più o meno forzosi dalle buste paga degli eletti, si arriva a circa 400 milioni l’anno. Solo per parlare di quel che è lecito. Al netto degli arricchimenti personali, c’è infatti anche il finanziamento illecito. Che inevitabilmente proviene dalle provviste di denaro di cui dispongono grandi e medi soggetti economici. L’industria, l’azienda, la banca, la lobby: molti evadono, molti hanno soldi non dichiarati nascosti da qualche parte, molti foraggiano la politica. Il che ‘costringe’ i partiti a fare altrettanto. E dove lo mettono, i partiti, tutto questo ‘nero’? In conti esteri, naturalmente. Regolarmente intestati a familiari, amici, prestanome... E spesso cercano di farlo fruttare attraverso operazioni a volte scriteriate, a volte ‘mirate’. Quando va bene, ce n’è per tutti. Quando va male, pazienza: il denaro perso è sempre altrui. Nascono da quest’intreccio molte delle situazioni che lasciano oggi apparentemente sbalorditi grandi e piccoli leader di partito. Gli stessi che fecero finta di non sentire la roboante affermazione di Cossiga: «Non c’è leader politico che non possa essere sbattuto da un momento all’altro in galera per tangenti o quantomeno per aver favorito il finanziamento illecito del proprio partito».


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