Quando Alfano sostiene che il Pdl sceglierà il proprio candidato con le primarie, intende dire che il futuro del partito non è necessariamente nelle mani di Berlusconi. Quando sostiene che «per vincere ci vuole una coalizione», lo dice sapendo che con Berlusconi al centro della scena nessuna alleanza sarebbe possibile, dunque... Non soffia sul fuoco delle elezioni anticipate, stronca la prospettiva del ritorno alla lira, non si entustiasma per le liste civiche. I messaggi che il segretario del Pdl ha lanciato ieri al convegno organizzato a Chianciano dalla fondazione di Matteoli sono quelli che i due terzi della classe dirigente del partito voleva sentire. Eppure, da un breve giro di telefonate emerge un dilagante scetticismo. «Povero Angelino», chiosano in molti. E non è un buon segno. Lo descrivono «preoccupato», dicono che venerdì l’uscita di Berlusconi che non escludeva di ricandidarsi e abbozzava le linee di un programma politico radicale «l’ha lasciato senza parole». E da allora non ne ha più trovate, se è vero che «stenta anche a telefonargli». Le perplessità sono trasversali. Riguardano l’ala ‘movimentista radicale’ di Santanché e Galan, quella ‘partitista radicale’ di La Russa e Gasparri, quella ‘istituzionale’ di Cicchitto e Schifani. «Angelino è un bravissimo ragazzo, ma non ha la stoffa del leader», dicono. Problema diffuso, in effetti, poiché da Alfano si pretende quel che nessuno si azzarda a fare: prendere di petto il Cavaliere. Un importante dirigente del Pdl proveniente da FI usa una metafora alpina: «Siamo in cordata lungo il tratto più ripido della montagna. Al capo estremo della cima c’è lui, Alfano: contestarlo vorrebbe dire precipitare tutti. Arrivati alla prima piazzola, però...». Il guaio è che di piazzole non se ne vedono. Né si vedono leader alternativi capaci di tenere unito un partito sul punto di esplodere e prendere qualche voto alle elezioni. Già, le elezioni: ma quando? Anche i dirigenti del Pdl più contrari al voto in ottobre descrivono «un partito sfilacciato e un clima nevrotico», da cui può scaturire «qualunque scenario». Riflette un berlusconiano normalmente prudente: «Cisl e Uil daranno la carica al governo, come facciamo a far finta di nulla?». La direzione di domani non sarà decisiva. Dirimenti saranno il contesto internazionale e, più che mai, il caso. Come nei primi anni Novanta, col Pdl nel ruolo della Dc e un grande vuoto di rappresentanza a destra.