Un’iperbole di nome Ingroia

Politica

17 luglio 2012
Si celebrerà giovedì il ventesimo anniversario dell’assassinio del magistrato Paolo Borsellino e sarà tutto o bianco o nero. Il fratello Salvatore, uomo poco incline alle sfumature, ha già detto che i politici ne dovranno restare fuori. Inutile chiedersi dove si collocherà la sorella Rita, eletta tanto alla regione Sicilia quanto al parlamento europeo: sarà dentro. Fa politica, ma dalla parte giusta. Lo prova il fatto che si è definita «schiaffeggiata» dal capo dello Stato, colpevole d’aver chiesto alla Consulta di dire una volta per tutte fino a che punto un presidente della Repubblica, e con esso l’istituzione che incarna, debba essere tutelato dal protagonismo di un qualsivoglia pm col pallino delle intercettazioni. Una richiesta "inaccettabile", per la sorella del magistrato ammazzato dalla mafia. Un tentativo di insabbiare le indagini, per i giornalisti del ‘Fatto’. Meglio lasciare che un velo di indefinibile sospetto avvolga l’unica istituzione ancora popolare nel Paese. Un classico, quando un sistema politico entra in crisi e il capo dello Stato si fa giocoforza attore in proprio. Capitò anche a Cossiga. Tirare al bersaglio grosso è infatti tentazione umana. Spararle grossissime pure. Ci vuole comprensione quando ad esorbitare sono i familiari di un morto ammazzato, quando invece è un giudice c’è da preoccuparsi.
Il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia è uomo istintivamente attratto dall’iperbole. Ad esempio: sostenne la necessità di "sospendere autoritativamente la democrazia elettiva aritmetica al fine di salvare la democrazia sostanziale". Tradotto, decido io chi va eletto e chi no. Era il 2003 e da allora Ingroia non ha cambiato approccio. Il capo della sua procura, Francesco Messineo, ha detto che "l’iniziativa del Quirinale non collide minimamente con l’indagine" e che le intercettazioni delle telefonate tra Mancino e Napolitano "non sono rilevanti". L’unico dubbio è se vadano "distrutte" prima o dopo l’udienza dal gip. Ingroia dissente. Il capo dello Stato, dice, non ha particolari guarentigie e quei file "sono utilizzabili". Eppure, Napolitano ha agito in difesa delle proprie prerogative costituzionali e nel corso di un contestato intervento a un convegno del Pdci Ingroia si definì non "imparziale", bensì "partigiano della Costituzione". Non tutta, evidentemente. Anche l’immunità parlamentare, prevista dai padri costituenti all’articolo 68, gli piaceva poco. Una Costituzione ‘a la carte’, quella cara al magistrato col vizio dell’iperbole e il pallino di riscrivere la storia. Come quando eresse a "icona dell’antimafia" Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo che per evitare la confisca dei milioni di euro ereditati dal padre direbbe qualsiasi cosa. Come quando, a sessant’anni dalla morte, dispose la riesumazione della salma del bandito Salvatore Giuliano. Aveva elementi concreti per ritenere che quel cadavere non fosse il suo? No, solo le congetture del parente di una vittima della strage di Portella della Ginestra, Giuseppe Casarrubea, autodefinitosi "storico" e convinto da un ritaglio di stampa che il mitico Giuliano fosse vivo e vegeto "in America". Naturalmente, la perizia medica stabilì che il cadavere inutilmente riesumato era quello di Giuliano. Ancora una volta, Ingroia non riuscì a inverare la propria iperbole. Ma non fa nulla. Il pm è per definizione dalla parte giusta e certo domani sarà acclamato come un eroe. Ma che, come molti sospettano, intenda darsi alla politica è quantomeno dubbio: di politici vocati all’iperbole ce ne sono già tanti, nessuno si accorgerebbe di lui. Meglio la toga.


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