L’indissolubile legame tra mafia e politica

Politica

18 luglio 2012
Dai diari di Indro Montanelli, 25 ottobre 1966: "Castiello (capo della segreteria del presidente democristiano del Senato Merzagora, ndr) mi dice che nella relazione segreta della Commissione antimafia del Senato ci sono cose da rabbrividire: tra l’altro la prova che un deputato liberale ha fatto liquidare a lupara un suo avversario. ‘E ora’, chiedo, ‘che ne faranno di tutta questa roba?’ ‘Quello che ne hanno sempre fatto. L’affideranno a un Ferrarotti qualunque che la tradurrà in sociologia. La mafia, quando diventa un fatto di infrastrutture, cessa di allarmare e di indignare...’".
Sociologicamente parlando, dunque, la mafia siciliana sta alla politica italiana come la bramosia di potere sta alla natura umana. "C’è sempre stata, sempre ci sarà e sempre la politica stringerà impliciti patti con essa", sosteneva l’ex capo dello Stato Francesco Cossiga. Difficile dargli torto. Alla voce "mafia" l’autorevole ‘Dizionario di politica’ scrive che "più o meno tutta la classe politica liberale vanta legami con la mafia". Il fascismo la costrinse ad espatriare in America, gli americani la rimpatriarono affinché aprisse le strade siciliane alle truppe alleate e garantisse l’ordine nel dopoguerra. Sir Rennel O’Rodd, al vertice del Governo militare alleato di occupazione, scrisse che quando in Sicilia si trattò di nominare prefetti e sindaci "le scelte finivano per cadere in molti casi sul locale boss mafioso o su un uomo-ombra". Di lì in avanti la mafia fece da sè e per decenni trovò nel realismo della Dc andreottiana un utile alleato. "Mafia e Vaticano — ama ricordare l’ex ministro socialista Rino Formica — sono da sempre due elementi cardine del potere in Italia". E spesso, basti pensare alle ormai note vicende dello Ior e di Sindona, i loro interessi coincidono.
Con la crisi della Prima repubblica i cinquantennali equilibri entrano in crisi e con la fine della Dc sia la mafia sia il Vaticano perdono un interlocutore privilegiato. Da allora, i due poteri hanno cessato di rivolgersi ad un singolo partito preferendo permearne più d’uno e in entrambi i poli. Dal racconto informale di un politico siciliano allora diessino: "Non è che occorrano affiliazioni o patti di sangue, gli interessi e i rappresentanti degli interessi sono noti a tutti: basta rispettarli". Così ragiona anche la mafia, che non sempre ha bisogno di stringere accordi espliciti con i politici di quello che lo scrittore Alfio Caruso definisce il Partito unico siciliano. Ad esempio. In passato, per ordine di Pippo Calò, Cosa Nostra raccolse soldi e voti per il Partito radicale. Significa che Pannella e i radicali erano mafiosi? No, ma il loro garantismo e la storica battaglia sulle carceri erano allora funzionali agli interessi mafiosi.
"Estirpare il cancro", però, non è cosa facile poichè, come diceva Cossiga, la mafia non è un corpo estraneo: "E’ parte del tessuto sociale e culturale del popolo siciliano, come la ’ndrangheta lo è di quello calabrese e la camorra di quello campano". Nell’ottobre 2009, preso atto delle infiltrazioni camorriste alle primarie del Pd campano, sulla prima pagina del ‘Corriere’ Angelo Panebianco sostenne che "non è dai partiti ma dalla società che dovrebbe partire la bonifica". Perciò l’autorevole politologo propose "un commissariamento centrale" di "ampie zone del Sud". Ormai, scrisse, "è indispensabile". Non si aprì neanche il classico dibattito, le sue parole furono ingoiate dal silenzio. Segno che se la mafia è un problema, problema ancor più grande è la vacuità e l’arrendevolezza dell’intera classe dirigente italiana.


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