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Berlusconi, tra orgoglio e strategia

Scelta tattica o strategica? Con un colpo di teatro largamente atteso, ieri Silvio Berlusconi ha rinunciato alla candidatura di Guido Bertolaso a sindaco di Roma e dovendo scegliere se sostenere la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni, alleata con la Lega, o il candidato civico Alfio Marchini, ha scelto quest'ultimo. In apparenza si tratta di una scelta strategica. E' come se il fondatore di Forza Italia avesse archiviato la prospettiva di una coalizione a trazione “populista” (Salvini e Meloni, appunto) fissando una volta per tutte il principio che il centrodestra deve far perno sul centro. La decisione di Francesco Storace di aderire a questa prospettiva ne rafforza la narrazione, collocando la destra nel ruolo di alleato prezioso ma marginale. Non si tratta di una novità assoluta. E', in scala minore, lo schema adottato a Milano, dove una coalizione che va da Alfano a Salvini sostiene come candidato sindaco un manager equilibrato e tutt'altro che estremista del calibro di Stefano Parisi. Sappiamo che Marchini era la prima scelta del Cavaliere. Lo capimmo quando, a fine settembre, il Giornale della famiglia Berlusconi riprese un'intervista di Marchini all'Espresso e la sparò in prima pagina col titolo “Sarò io l'anti-Matteo”. Dove il Matteo in questione non era Salvini, ma Renzi. Quel che non era possibile spiegare dal punto di vista giornalistico, fu spiegato con logica politica. Tutto sembrò chiaro, allora. Sembrò che Berlusconi si fosse reso conto che la candidatura di Marchini a Roma era realmente competitiva e sembrò che dopo oltre un ventennio di leadership sull'intero centrodestra avesse accettato di passare lo scettro del comando ad uomo più giovane e fresco di lui. Ma soprattutto a un “moderato”. Due mesi dopo, però, la narrazione berlusconiana fu messa in crisi del medesimo Berlusconi. Era l'8 novembre, Salvini aveva organizzato un'adunanza leghista a Bologna per lanciare la propria leadership nazionale e Berlusconi accettò di salire sul palco di piazza Maggiore nel ruolo di spalla. Il centrodestra era nuovamente unito, ma la locomotiva che trainava la coalizione non era più Forza Italia. Era la Lega. Perciò, alla luce di due scelte opposte, vien da chiedersi quanto ci sia di strategico nella decisione assunta ieri da Berlusconi. Quanto di politico e quanto di caratteriale. Se Matteo Salvini non avesse preso di punta la fidanzata del Cavaliere, Francesca Pascale, e a pesci in faccia l'antico alleato accusandolo di fare il gioco di Renzi per tutelare il fatturato di Mediaset, Berlusconi avrebbe comunque scelto Marchini? Difficile dire se abbiano contato più l'orgoglio del vecchio leader offeso e il calcolo di chi si è infine reso conto che Bertolaso era un candidato debole, e dunque la tattica, o se si sia trattato invece di una decisione strategica. Ancor più difficile prevederne le conseguenze. Il tripudio di Gianfranco Fini e di vecchi sodali centristi, forti nel Palazzo ma elettoralmente inconsistenti nel Paese, non pare il miglior viatico per un futuro ricco di successi. Ma siamo solo all'inizio. E' evidente che, se vuole essere competitivo a livello nazionale, il centrodestra dovrà ritrovare l'unità perduta e non potrà candidare a premier Matteo Salvini (troppo estremista) né Silvio Berlusconi (troppo usurato). Oggi non abbiamo né l'unità della coalizione né un candidato spendibile: la strada è ancora lunga.

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