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dagli sguardi interrogativi. E se su Instagram invece di postare un tramonto come tanti, come tutti, scrivi un haiku (forma poetica giapponese), sperimenti qualche mini componimento perché senti la scintilla o, semplicemente, ‘rubi’ versi immortali di qualche poetessa, non manca chi ti manda un messaggino sulla chat di WhatsApp: «Ma basta con questo strazio».
Eccolo il problema: la poesia spesso più che amarla si odia. C’è chi la ricorda come una sfilza di versi da imparare a memoria (ricordate le scuole elementari?), chi si è sentito
costretto a studiare grandi immensi sommi poeti nel momento sbagliato, quando ancora si è troppo irrisolti per apprezzare un endecasillabo sciolto. Non significa essere scemi,
ma soltanto incapaci di vedere la poesia come qualcosa da vivere tutti i santi giorni. Quando ti innamori, quando arriva la primavera, quando nulla è più bello di un mare in
tempesta. «Ho bisogno di poesia, questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi», scriveva Alda Merini. La poesia è musa, grande forma letteraria. A volte diario, paura, sfogo. O, come per Giovanna Cristina Vivinetto, un dolore minimo che si vuole esprimere.
Rosalba Carbutti
Un commento mio uscito su QN. Uscito il 14 settembre 2019
]]>Dicono che gli smartphone abbiano cambiato la nostra vita, il corteggiamento amoroso e pure il bioritmo del nostro sonno. Ma, da quando c’è Wattpad, anche la scrittura. Ma di che cosa si stratta? Wattpad è un social network dove chiunque può iscriversi e pubblicare un romanzo. Azzardiamo un’iperbole: è la versione 3.0 del salotto letterario stile Madame de Staël.
Certo, su Wattpad, non chatterete con novelli Goethe, Emily Brontë in erba o immortali Dostoevskij. Ma se vi accontentate di storie di vampiri stile Twilight, fan fiction, romanzi rosa ed erotici modello “Novanta sfumature”, Wattpad può fare al caso vostro. Attenzione: se non conoscete gli One Direction, non impazzite per il fantasy, e siete ben oltre i 25/30 anni, potreste sentirvi tagliati fuori. La soluzione? Compulsare lo smartphone fino a scrivere un romanzo.
Tra i 45 milioni di utenti che ogni mese si dilettano su questa app letteraria, dove spiccano 375 milioni di storie scritte in 55 lingue (5,3 milioni solo in Italia), il 90% del traffico arriva dallo smartphone. Un dato così rilevante che Wattpad ha deciso di creare un’altra app a misura di “tocco” di dita. Si chiama “Tap” e le storie non sono divise in capitoli come su Wattpad, ma in scene. E, soprattutto, hanno la forma di una chat. In pratica, scrivi un romanzo o un racconto come se fosse una conversazione di Whatsapp.
Cose dell’altro mondo? No: gli editori, ormai da un pezzo, cercano talenti da lanciare sognando un’altra Anna Todd. La vera star della piattaforma, a soli 26 anni, ha scritto una fan fiction dedicata ad Harry Styles, componente della band anglo-irlandese One Direction. La sua saga (“After”) è stata tradotta in 30 Paesi e, nel 2017, la Paramount Pictures ne ha acquistato i diritti cinematografici per farci un film. Una vera star, insomma. Tanto che Wattpad ha deciso di puntare sui suoi talenti, creando un programma per lanciare gli scrittori più popolari della piattaforma.
Marta Treves, direttrice editoriale di narrativa straniera e italiana di Mondadori, ha acquisito i diritti di “Chasing” Red di Isabelle Ronin, una storia da milioni di visualizzazioni su Wattpad. In Italia, invece, Mondadori ha lanciato Xharryslaugh e il suo “Gray, l’amore ha una sola direzione”. Per avere un’idea della storia: la liaison tra Harry e Heisel. Insieme – si legge – sono come «una fotografia di Londra di notte, una sigaretta dopo aver fatto l’amore, il mare, quello delle sere d’estate, calmo e freddo». E ancora: «Mi chiamo Heisel. Ho 18 anni e ho bisogno che qualcuno riaccenda i miei occhi».
Emozioni da bacio perugina? Prima di giudicare, sappiate che Gray, su Wattpad, è stato letto 9,6 milioni di volte. «Gray, come altre storie di Wattpad, è scritta di getto – racconta la Treves – col telefonino ed è a puntate. C’è un mare di racconti, magari scritti male, con tanti errori. Ma se una storia “tira” e viene letta e commentata da tanti, significa che qualcosa vale».
Su Wattpad si è liberi, ma non mancano le regole: c’è una squadra di “garanti”, chiamati ambasciatori, che vigila. Tiana Pop, 37 anni, di Città di Castello, è una di loro. I “controllori” dei contenuti sono otto in Italia. Aiutano chi si è appena iscritto, segnalano chi scrive libri- pubblicità, chi non indica i contenuti per adulti, chi litiga e chi copia.
INTERVISTA AL CEO E CO-FONDATORE ALLEN LAU
“Il futuro si chiama Tap: racconti in forma di chat”
«Wattpad è più di un’app per leggere e scrivere romanzi e racconti». Parola di Allen Lau, ceo e co-fondatore della piattaforma web.
Quando è nata l’idea di Wattpad?
«Mi venne nel 2002, ma tutto iniziò nel 2006, con l’altro fondatore Ivan Yuen. Oggi, dopo 10 anni, Wattpad conta 45 milioni di persone che trascorrono più di 15 miliardi di minuti ogni mese sulla piattaforma».
Il mondo della scrittura è cambiato?
«Con Wattpad gli scrittori interagiscono direttamente coi propri lettori. Poi abbiamo creato Wattpad’s Brand solution per produrre annunci pubblicitari da diffondere attraverso la nostra community e abbiamo lanciato Wattpad Studios: co-produciamo storie di Wattapad per la stampa, la tv, il cinema assieme ai nostri partner dell’industria dello spettacolo».
Non crede che l’aspetto social sia sopravvalutato rispetto al valore letterario?
«È il pubblico di Wattpad a decidere qual è il prodotto migliore. Le nuove generazioni di scrittori postano i loro lavori letterari via Wattpad creando il proprio pubblico coi social media e il web».
Come si evolverà Wattpad?
«Di recente abbiamo lanciato un’app che introduce una nuova forma di racconto breve. Si tratta di “Tap”, storie scritte con lo stile della chat: per leggere il contenuto, si tocca il display del telefonino. Le persone hanno sempre amato leggere e condividere racconti, ciò che si modifica è il modo in cui lo si fa».
Come si scrive un bestseller partendo da Wattpad?
«Serializzando i racconti. Invece di postare la storia in una volta sola, viene condiviso un capitolo alla settimana. Poi c’è l’interazione. Gli autori di maggior successo commentano le storie degli altri e rispondono ai fan. Infine, i tag (le parole chiave) per indicizzare le storie».
Quali sono i generi più popolari su Wattpad?
«Rosa, teen fiction e fan fiction».
Non c’è il rischio di ‘uccidere’ l’editoria tradizionale?
«L’anno scorso tre scrittori di Wattpad sono finiti nella lista dei bestseller del “New York Times”. Noi lavoriamo con i maggiori editori del Nord America e molti altri nel mondo».
Qual è l’identikit della community di Wattpad?
«Siamo tra le prime dieci app con la più alta concentrazione di millennials (chi è nato dagli anni Ottanta ai Duemila, ndr). La community è composta per il 75 % da ragazze, la maggior parte under 30. Siamo molto popolari negli Usa e in crescita nelle Filippine, in Turchia, Messico e Italia».
Rosalba Carbutti
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Nilde Iotti con Palmiro Togliatti (Ansa)
È bello esercitare la memoria. E se riguarda donne armate dalla speranza di cambiare il mondo, lo è ancora di più. Grazia Gotti, cofondatrice della storica libreria per ragazzi Giannino Stoppani e dell’Accademia Drosselmeier di Bologna, racconta con sensibilità tutta femminile le ‘21 donne all’Assemblea’ (Bompiani). L’Assemblea è quella Costituente, l’anno della svolta il 1946, quando le donne votarono la prima volta. La Gotti nella sua narrazione dedica un capitolo a ogni donna dell’Assemblea. Nove comuniste, nove democristiane, due socialiste, una per il Movimento dell’uomo qualunque. Molte di loro parteciparono al dibattito che diede vita alla nostra Carta, per mesi strapazzata dai tifosi del Sì e del No.
Nelle 260 pagine della Gotti ci sono donne giovani e mature, donne come Nadia Gallico Spano che, entrata nell’emiciclo, indossa «un vestito nuovo nuovo» e non teme di sentirsi bella. Donne combattenti della Resistenza, antifasciste, che del coraggio hanno fatto una bandiera. C’è Angela Guidi Cingolani, prima donna in assoluto che prenderà la parola in Parlamento. Come dimenticare, poi, Teresa Mattei, la «maledetta anarchica» secondo Palmiro Togliatti, «ardita come un uomo», come si soleva dire nel linguaggio del tempo. Oppure Rita Montagnana che «alla giusta causa della rivoluzione dedicherà tutta l’esistenza» e che quando vide Lenin «il cuore aveva avuto un sussulto». Ma attenzione: la Montagnana è sì donna di partito, ma anche moglie ferita di Palmiro Togliatti, compagno caduto «nell’abisso» dell’amore per Nilde Iotti, e madre di Aldo, il fragile figlio con cui vivrà gli ultimi anni della sua vita. Non poteva mancare Nilde Iotti, la deputata di Reggio Emilia, diventata presidente della Camera. Alla ‘Regina rossa’ l’onore dei funerali di Stato e un posto nel severo pantheon dei dirigenti Pci, accanto al suo compagno Togliatti. Alla fine della lettura un terribile rimpianto: non aver conosciuto queste donne una a una.
Rosalba Carbutti
Recensione su ‘Il Piacere della Lettura’ pubblicata il 17/12/2016
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La rivincita per lei arriva solo oggi, in una mostra di sue fotografie a palazzo Fortuny a Venezia, dove si potrà scoprire il suo talento in cento opere uniche: scatti realizzati negli anni Trenta che ci raccontano di lei, «Dora Maar. Nonostante Picasso». Nonostante Picasso, appunto. Perché dal momento in cui Dora lo incontrò per lei tutto cominciò a prendere una piega diversa. In una rivoluzione interiore che la portò, finita la relazione, in una profonda depressione. Ma chi era Dora prima di Picasso? Un’intellettuale, un’artista, una bella donna mora, minuta, con un talento particolare per le fotografie. Henriette Theodora Markovitch (il vero nome di Dora) nasce nel 1907 in Croazia da Josip, architetto croato famoso in Sud America, e Julie Voisin, appartenente a una famiglia cattolica di Touraine, Francia. Cresce in Argentina, poi si trasferisce a Parigi. È una donna libera, di sinistra («ero molto più comunista di Picasso», dirà), le sue foto vengono pubblicate su riviste prestigiose come Madame Figaro. Espone all’Internazionale della fotografia di Bruxelles e alla mostra dello studio Saint-Jacques per la Constitution des Artistes Photographes. Lo scrittore e filosofo Georges Bataille la introduce nella cerchia dei surrealisti, dove conosce Breton, Eluard, Leiris, Man Ray.
Una carriera che promette luce, come le sue fotografie, ma che si spegne all’ombra del genio. Il primo incontro nel 1935 sul set del film Le crime de Monsieur Lange di Jean Renoir quando lei aveva 28 anni e Picasso 54, poi alla terrazza del caffè Les Deux-Magots a Saint-Germain-des-Prés, a Parigi. Dora è seduta, da sola. Indossa un paio di guanti bianchi e gioca con un coltello che infila tra un dito e l’altro, conficcando la lama nel legno del tavolo. Quando sbaglia mira, si taglia, e il guanto si sporca di sangue. Picasso si avvicina. Si parlano. Si conoscono. Dora diventa la sua amante. O, meglio, una delle sue tante amanti. Per lui si annullerà, impazzirà, cancellerà la sua carriera. Ma sarà lui a spingerla a mettere in un cassetto il suo talento di fotografa. Perché è solo lui il genio. E solo lui decide chi amare, chi divorare e chi distruggere. Ogni donna finisce nei suoi ritratti, imprigionata da una magnifica ragnatela di segni da cui, come per Dora, sarà praticamente impossibile liberarsi. «Ho migliaia di suoi ritratti, me ne ha fatti migliaia. Ma nessuno è Dora Maar sono tutti Picasso», dirà poi.
Dora, del resto, per nove anni, si annulla nel suo amante. Nei suoi rari scatti dell’epoca, c’è Picasso mentre dipinge Guernica. C’è il genio in costume bianco sulla spiaggia con il viso coperto da un cranio di bue, diventato così il Minotauro e lei, la vittima, persa nel suo labirinto. E non è nemmeno l’unica. Il pittore ha tante donne, ce n’è pure una fissa, Marie-Thérèse, che ogni venerdì va a casa sua. Questa donna remissiva è l’opposto di Dora. Nei quadri del pittore Dora è la donna che piange, spigolosa. Marie-Thérèse è bianca e tonda. Dora non avrà figli (non ne può avere), mentre Marie-Thérèse darà alla luce Maya. Picasso, nel suo gioco perverso, le convocherà insieme nel suo studio. È il 1936, le due rivali arrivano a picchiarsi. Il genio, spietato, commenterà: «Uno dei ricordi più belli della mia vita». Ma in questo duello tutto amoroso, a perdere saranno in due. Marie-Thérèse finirà per impiccarsi, Dora, sostituita nella vita del suo amato dalla giovanissima pittrice Françoise Gilot, finirà in depressione.
Siamo negli anni ’40: Dora esce dal labirinto del Minotauro e si chiude in casa, in una sorta di esilio dell’anima. Non avrà più nessun uomo e si affiderà a una sorta di padre spirituale: l’analista Jacques Lacan. Il motivo, di questa rinuncia alla vita, lo spiega lei stessa: «Dopo Picasso, c’è solo Dio». Un Dio che, invece, di portarla in paradiso la cala direttamente all’inferno. La biografa di Dora, Victoria Combalía, ne ha messo insieme le memorie. I pensieri. I ricordi. L’ha incontrata dopo la fine della sua relazione con Picasso, negli anni Cinquanta e Sessanta. Dora non vede più praticamente nessuno. «L’incontro tra Picasso e Dora — sintetizza Combalìa — fu quello tra un sadico e una masochista». Ed è la stessa Dora ad ammetterlo con terribile lucidità: «Picasso non era il mio amante. Lui era solo il mio padrone». Il padrone non lo vedrà più. Lui, dopo essere stato lasciato da Francoise che gli darà altri due figli (Claude e Paloma), si sposerà con Jaqueline Roque e resterà con lei fino alla morte nel 1976.
Tredici anni dopo anche Jaqueline si toglierà la vita. Dora morirà nel 1997. Il suo patrimonio (centocinquanta tele ritrovate nella sua casa di Parigi, assieme a sculture, scatole di fiammiferi e tappi di bottiglia decorati da Picasso) è finito all’asta, mentre la sua storia rivive fino al 14 luglio a Venezia. Nelle sue fotografie. Nonostante Picasso.
Gli altri ritratti di donna li trovate qui
Rosalba Carbutti
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]]>Rosalba Carbutti
]]>Dall’inviato Rosalba Carbutti
ATENE
ARRENDERSI, resistere o combattere. Non ci sono molte alternative quando vivi in Grecia stritolato da una disoccupazione sopra il 25 per cento e commissariato dalla Troika. Ermou, la via dello shopping di Atene, è una sorta di spartitraffico tra il Natale che si vorrebbe vivere e la dura realtà. Da una parte della strada c’è l’happy train — il trenino della felicità che trasporta i bambini per le vie del centro — mentre di fronte c’è un albero di Natale anti-governo, anti-Ue e anti-Troika, allestito dall’associazione Chamber of Fine arts of Greece. Al posto delle solite decorazioni, i volti di Obama, della Merkel e dei politici greci.
Gli alberi illuminati nel cuore della città, a piazza Syntagma, tra Babbo Natale e un clown che vende palloncini, non bastano per avvolgere tutto in un’atmosfera di zucchero filato. Nelle strade adiacenti ci si trova sul set di un altro film, con una scenografia di serrande abbassate, senzatetto, cartelli vendesi e giovani dallo sguardo fisso che cercano soldi per la sisa, la nuova droga della crisi che costa 5 euro a dose.
Ad Atene, del resto, il Natale può essere uno, nessuno o centomila. C’è chi fa finta che non sia cambiato niente e chi non aspetta altro che scappare via. Una ragazza con alcuni pacchetti di Natale sorride: «Ho 18 anni, frequento l’università e posso permettermi di fare dei regali. Chi lo dice che c’è la crisi?». George ed Helen, due fratelli di 29 e 27 anni, guardano già oltre: «Ci siamo appena laureati e a settembre ce ne andiamo a Berlino». A Monastiraki, nel mercato cittadino, la situazione non migliora. Un’anziana signora invita la grande folla di passanti a entrare nel suo negozio di icone religiose e ceramiche, desolatamente vuoto. «Ogni anno è peggio — racconta —. Non chiudo perché non saprei che cosa fare. Il Natale? Senza soldi che sia il 25 dicembre o un giorno normale non fa differenza».
IN PIAZZA Monastiraki, la vista del Partenone rinfranca lo spirito, mentre tante famiglie con bambini mangiano pita gyros (scontati) da 2 euro per strada o nelle taverne della zona. L’atmosfera è festosa, ma basta un attimo per un cambio di scena: un gruppo di volontari distribuisce zuppa calda alle persone in coda con il piatto in mano, mentre nei negozi le commesse sono protagoniste di un Natale senza pubblico pagante. Tant’è che pure Santa Claus ne risente. «Mi travesto da Babbo Natale da trent’anni — dice un signore con la barba posticcia — ma quest’anno sono sempre meno i bambini che fanno le foto con me». E nonostante un giovane lo aiuti scattando con la digitale realizzando poi la foto con una stampante portatile, quando i genitori capiscono che si deve pagare, girano l’angolo coi figli in braccio.
Al mercato di frutta e verdura di Kallidromiu la crisi è negli occhi di Dimitris, 36 anni: «Vengono a comprare quando chiudiamo perché svendiamo. Non sembra Natale. Quale speranza c’è per chi, come me, laureato in ingegneria meccanica, lavora al mercato per campare?».
Il senso d’impotenza percepito nel quartiere degli anarchici, Exarchia, tra cartelloni con la scritta: «Liberateci dalla droga» e polizia in tenuta antisommossa, si trasforma a due isolati di distanza. A Kolonaki, a parte i cartelli ‘vendesi’, i negozi espongono merce costosa, tra bar eleganti e un piccolo bazar dove giovani scout ballano. Al caffè Fillon, l’avvocato Theodore Fortsakis, preside della facoltà di Giurisprudenza di Atene, scuote la testa: «C’è crisi, ma i prezzi non scendono. Bere un caffè qui costa più di tre euro. Non è normale, considerando che il mio stipendio da ‘old professor’ è calato da 2400 euro al mese a 1700, mentre un professore junior non arriva a mille. E mi devo ritenere fortunato: prendo lo stipendio anche se l’università tra scioperi e occupazioni è chiusa da settembre. Non c’è da stupirsi se gli studenti sono anarchici o si schierano con Alba dorata. Però rispetto al 2012 siamo sulla strada giusta». La Banca centrale ellenica lo conferma: il prossimo anno la Grecia sarà fuori dalla recessione.
CERTO ci vuole pazienza, ma Dimitris, tassista 40enne, non ne ha più: «Lavoro 14 ore al giorno (Natale e Capodanno compresi) per circa 500 euro al mese. Per il regalo di Natale a mia figlia ho fatto una colletta assieme ai nonni». Per Alexandra è lo stesso: «Non posso comprare nulla, lavora solo mio marito, io sono disoccupata. Riusciremo giusto a fare qualche dono a nostra figlia. Meno male che le basta un palloncino per sorridere».
A pochi passi un anziano davanti a un banco di libri usati fa cenni con la mano: «Li vendo, per la crisi. Socrate, Platone?».
E, intanto, la libreria più antica di Atene, Estia, ha chiuso. «Dopo 128 anni la nostra storia è finita», dice Costis. Ma per uno che getta la spugna, in Grecia c’è almeno una persona che ancora resiste e combatte.
Intervista al giornalista Nikolas Zirganos
DAL LETAME nascono i fiori, cantava Fabrizio De Andrè. E, in effetti, il giornalista greco Nikolas Zirganos (nella foto), 54 anni, dopo aver perso il lavoro, è riuscito a reinventarsi fondando con alcuni colleghi un altro quotidiano.
Come ha avuto la forza di reagire?
«Eleftherotypia, lo storico giornale di sinistra in Grecia aveva chiuso e io e altri colleghi abbiamo deciso di creare un nuovo tabloid, Efimerida ton Syntakton, il giornale dei redattori».
Risultato?
«Siamo già il quarto quotidiano della Grecia e ci lavorano cento dipendenti. Ci siamo costituiti in cooperativa e abbiamo investito 10mila euro a testa. Poi, per i primi due mesi, abbiamo rinunciato allo stipendio. Si guadagna molto meno, ma già avere un lavoro è un successo».
Ma con la crisi il mercato dell’editoria non è crollato?
«Sì, dell’80 per cento. Prima Eleftherotypia, da solo, vendeva quando vendono oggi i maggiori quotidiani messi assieme».
Le difficoltà economiche come hanno cambiato la Grecia?
«Si vive male, in certi quartieri c’è una guerriglia quotidiana e i negozi storici chiudono uno dopo l’altro. Unica nota positiva: al loro posto nascono nuovi caffè e bar. I giovani si accontentano di poco pur di lavorare».
Rosalba Carbutti
«ACCOGLIAMOLI tutti». Il nuovo slogan di Sel? No, la teoria di Luigi Manconi (sociologo, senatore Pd, presidente della commissione Diritti umani a Palazzo Madama) e della ricercatrice Valentina Brinis, contenuta nell’omonimo libro edito da Il Saggiatore. L’assunto è semplice, ma non banale: «Per salvare l’Italia e gli immigrati non si deve partire da una concezione buonista che strizza l’occhio allo straniero a prescindere. Ma si deve partire da un presupposto di utilità sociale».
Per Manconi «si devono considerare gli stranieri per quello che sono, cioè una risorsa. Tant’è che in termini di Pil valgono tra l’11 e il 12 per cento». E lancia la sua proposta: «L’Italia deve proporre al prossimo Consiglio europeo un piano di protezione temporanea di un anno, rinnovabile definendo quote di accoglienza per ciascuno Stato membro».
Come la mettiamo, allora, con la Bossi-Fini e il pacchetto sicurezza Maroni? Il senatore Pd guarda oltre: «Accogliere gli stranieri è più conveniente che respingerli. Perché — spiega — questi meccanismi di criminalizzazione non fanno altro che incrementare la già ampia popolazione carceraria costituita da stranieri».
E, proseguendo, in quest’ottica di utilità sociale, mettere in soffitta l’aberrante logica del vu’ cumprà, vu’ rubà, vu’ stuprà diventa più semplice. Manconi lo dimostra nel suo libro: in primis perché gli immigrati ringiovaniscono la «vecchia Italia» (il nostro tasso di fecondità è tra i più bassi dei Paesi occidentali), in seconda battuta perché la manodopera di italiani è «iperspecializzata» a fronte di una richiesta di personale meno qualificato. Ergo — spiega — «l’Italia ha bisogno di migranti e viceversa».
Badanti, strilloni, infermieri e pizzaioli, ma anche altri settori sono ‘retti’ dai lavoratori stranieri. I dati lo confermano: dagli anni Novanta al decennio successivo il numero di immigrati impiegati nell’attività domiciliare ad anziani passa da uno su cinque a cinque su sei, con oltre un milione e seicentomila persone impiegate che, nel 2030, potrebbero raggiungere quota 2 milioni (rapporto Ismu, Censis e Iprs). E, visto che la quota di badanti made in Italy è solo del 22,7 per cento, è difficile che si arrivi a coprire l’offerta.
Altro dato che potrebbe far impallidire i movimenti razzisti è, poi, il tasso di attività dei lavoratori stranieri che, secondo l’Istat, supera quello dei nostri connazionali: 70,6 per cento contro il 63,7 per cento. Quindi, sostiene Manconi, «la maggior parte degli immigrati arriva in Italia per lavorare».
Basta qualche numero: nel settore dell’edilizia, oltre un operaio su quattro è straniero (30,9%), 32,7% tra i manovali, 27,4% tra i braccianti, 16,2% tra gli impiegati nella ristorazione. Morale: «Accoglierli tutti è faticoso — conclude il senatore Pd — e può sembrare un’utopia. Ma diventa irrealizzabile solo se non c’è una politica condivisa a livello europeo».
Rosalba Carbutti
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BOLOGNA – Stefano Benni all’inizio dribbla i giornalisti. «Lo so, volete chiedermi di Beppe Grillo… Ma io non dico nulla. Voglio parlare di teatro, idee, del mio laboratorio con Paolo Rossi che lavorerà con dieci giovani talenti, gratis».
Sì, ma l’abbiamo vista sorridere in Toscana, di fianco al Grillo mascherato e…
«È stato divertente, punto. Ormai è il mio incubo».
Il successo di Grillo si può anche leggere come la rivincita del teatro sulla tv…
«I politici hanno imparato qualche trucco teatrale, ma ha vinto chi in tv non è andato, cioè chi, come Grillo, è abituato ai grandi pubblici. Ora però è bene non confondere i decibel con la verità. E’ presto per parlare: chi ha vinto (Grillo, ndr) deve riflettere. E anch’io devo pensarci su. Non è mica facile giudicare una cosa così, in fretta. Ma se fossi io in politica…».
Ecco, appunto, se ci fosse lei che cosa farebbe.
«Non farei mai l’onorevole. Ma mi darei da fare sulla cultura delle piccole cose e sulle grandi idee».
Il caso del Duse è emblematico…
«Il Duse è importante, ma ci sono anche altre realtà che meritano sovvenzioni. La mia linea non è tenere in vita qualsiasi cosa. Conta prima di tutto la qualità».
E a Bologna come vede il panorama artistico e teatrale?
«Ci sono belle realtà, penso all’Itc San Lazzaro e ai Teatri di Vita. Ma non mi va giù il caso del collettivo Bartleby. Passerò da estremista, ma trovo allucinante che in una città come la nostra non si riesca a trovargli una sede. Da Bologna mi aspetto di più».
Il concertone per Dalla, però, è stato un successo.
«Anche se io non ero amico di Dalla, sentimentalmente è stato bello, ma dobbiamo smetterla di pensare in un’ottica di grandi eventi. Sono stufo di sentir parlare di Zeffirelli… Lo sfido a fare qualcosa con 50mila euro. Con la crisi ci sono pochi soldi, ergo ci vogliono grandi idee».
Il suo spettacolo «Beatrici» ha seguito questa tendenza.
«È un nostro successo. Grazie al laboratorio teatrale Lupo lo abbiamo messo in scena in varie città, senza sponsor. Quest’anno riproviamo la stessa formula: io e Paolo Rossi stiamo lavorando a un testo sulla vecchiaia di Pinocchio che andrà in scena il 25 ottobre al teatro dell’Archivolto di Genova. Ma il laboratorio teatrale, a cui parteciperanno dieci giovani talenti emergenti, cinque maschi e cinque femmine, lo gestirà Rossi, e con lui non si sa mai cosa succederà…»
Il prologo, però, sarà a Bologna…
«La prima tappa sarà alla Scuderia (Piazza Verdi, 2) con letture e monologhi. Sono tutti giovani — età massima 22 anni — e freschi di Accademia. Ci saranno quattro appuntamenti (12, 19, 26 marzo e il 2 aprile, dalle ore 21) a ingresso libero. Si partirà martedì prossimo con la lettura del mio testo Blues in sedici con Dacia d’Acunto, Elisa Di Francesco e Krzysztof B. Bogucki, con la partecipazione di Valentina Chico e Danilo Nigrelli e musiche di Emiliano D’Onofrio all’oboe, poi sarà la volta di Mademoiselle Licantrope tratto dalle «Beatrici» il 19 marzo, «Plasters» di Sylvia Plath il 26 e il 2 aprile Silenzi di Safran Foer».
Progetti per il futuro?
«A novembre scriverò il testo per il nuovo spettacolo di Angela Finocchiaro, poi sto lavorando a un ‘Melologo’, teatro più musica. E ci sarò anch’io sul palco».