Punti di vista

A 30 all’ora trent’anni dopo

Già trent'anni fa si era in ritardo, figuriamoci oggi. Nel frattempo siamo riusciti ad asfaltare un'altra buona fetta di ciò che resta della bella Italia, realizzando autostrade che vanno deserte (vedi Brebemi, con appelli agli automobilisti perché si ricordino che da Brescia a Milano e viceversa c'è pure questa possibilità), altre sventandole per un soffio (il tunnel sotto i colli bolognesi, delirio anni Novanta firmato dal nuovo che avanzava, sob) e alcune grandi opere che a volte ritornano (il ponte sullo stretto, incredibile ma vero è ancora nell'agenda dei palazzi romani). In compenso abbiamo i treni ad alta velocità e non è affatto poco, ma le linee regionali sono un autentico colabrodo, un disastro quotidiano e i pendolari rimpiangono i vagoni di terza classe con le panche di legno (meglio e non poco dei puzzolenti sedili contemporanei). In ogni caso un brodino riscaldato non fa danni anche se il malato è terminale. Ma siamo poi certi che questa sarà la volta buona? Basterà l'aria mefitica che si respira nelle metropoli in questi giorni per passare dalle parole ai fatti? O ce ne dimenticheremo quando la neve annunciata ci trasporterà in una diversa emergenza ambientale? Passato Capodanno lo vedremo...
Di certo, a proposito delle auto ai 30 all'ora nei centri urbani, ricordo ancora l'inutile referendum per chiudere il centro storico di Bologna e introdurre il limite prospettato oggi. Eravamo a metà degli anni Ottanta e la città vetrina aveva già perso gran parte dello smalto conquistato nel tempo. Eppure i bolognesi votarono compatti e all'incirca il settanta per cento dei residenti disse sì al piano voluto dall'assessore Claudio Sassi e firmato dall'architetto Bernard Winkler. D'altronde le trentamila auto che circolavano a Bologna negli anni Sessanta erano salite in vent'anni a 200mila: per questo motivo una svolta s'imponeva. Eppure, nonostante la maggioranza avesse detto sì, non se ne fece nulla e tutto è rimasto immutato. Fa un po' sorridere pensare che oggi, trent'anni dopo, siamo ancora qui a discuterne. Quella che dovrebbe essere una norma sacrosanta, dettata in primo luogo dal buon senso, è rimasta sempre inascoltata e oggi, di fronte a un'emergenza evidente, se ne torna a parlare. In nome di chi e perché? Chi ha tardato tanto quando già si sapeva che per la sicurezza e per la salute sarebbe stata una prima, piccola ma necessaria mossa? Chi dobbiamo ringraziare di questo immobilismo? La risposta è talmente ovvia che non varrebbe nemmeno la pena chiamare in causa una classe politica che non vuole preoccuparsi di altro se non di estendere di almeno un altro giorno il proprio mandato. La cosiddetta città vetrina per prima si è adeguata a questo andazzo, scegliendo e preferendo la retroguardia piuttosto che l'avanguardia. Il centro di Bologna da molti anni è caotico al punto da aver reso ancora più nevrotico un basito Woody Allen di passaggio, che pure ha avuto la fortuna di alloggiare un paio di notti a due passi da piazza Maggiore, mica in via Stalingrado a ridosso della tangenziale. Qualcosa in realtà si è fatto: i cartelli con il limite dei trenta all'ora sono comparsi timidamente in un paio di strade residenziali, guarda caso in prossimità delle abitazioni di alcuni potenti locali, ma per il resto si sfreccia sempre a tutto gas. La polizia municipale si preoccupa soltanto delle auto in sosta vietata per fare cassa. I viali di circonvallazione sono una sorta di circuito di Indianapolis e ridicoli sono i rilevatori della velocità posizionati in prossimità dei semafori dove nell'80 per cento dei casi le auto sono ferme. Ma così si è mostrato (all'indomani dell'ennesimo incidente mortale) che ci si dà da fare. Specchietto per allodole.

In verità non si vuole imporre un bel nulla per tentare di piacere ai più e continuare a governare. In un simile contesto la stragrande maggioranza si è oramai abituata a far prevalere le proprie ragioni a quelle comuni, dimenticando che il bene collettivo è anche il proprio. Per questo servirebbe una svolta decisa e incurante degli interessi elettorali. Pura utopia. Se tre giorni di blocco del traffico non servono a nulla non significa che fermare le auto sia un provvedimento inefficace, ma che forse invece di tre ne servirebbero sette o forse i limiti della circolazione dovrebbero essere distribuiti in fasce orarie ampie e quotidiane. Senza dimenticare, per non attribuire sempre e soltanto responsabilità alla banda di smidollati che ci governa, quanto sarebbe utile che soprattutto chi può (perché molti potrebbero) la piantasse di muoversi sempre e soltanto con la propria auto, che cominciasse a pedalare, a prendere un paio di autobus, a vincere la pigrizia e a fare quattro passi a piedi. Perdendo qualche minuto, ma provando a regalare qualche anno di vita in più al pianeta. Perché di questo stiamo parlando. E sarebbe ora che, all'alba del 2016, lo capissimo.

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