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Negli attentati jihadisti c’è spesso il ruolo dell’Italia nella falsificazione dei documenti. Anis Amri, l’attentatore di Berlino era arrivato in Germania passando per l’Italia. Di origine tunisina era sbarcato a Lampedusa. Nel 2015 era stato fermato dalla polizia tedesca, esattamente a Friburgo, con una carta d’identità italiana falsa. Inoltre la rete di fiancheggiatori di Amri aveva base nell’agro ponentino. Secondo le indagini condotte dalla Digos, sarebbe stato Akram Baazaoui a fornire i documenti falsi che hanno permesso ad Amri di raggiungere la Germania nel 2015. “Gli approfondimenti eseguiti – fanno sapere dalla Questura di Latina – hanno permesso di individuare una vera e propria associazione per delinquere, operante tra le province di Caserta e Napoli, la quale era finalizzata alla falsificazione di documenti e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di soggetti dalla Tunisia a vari Paesi dell’Europa” Lo stesso Salah Abdeslam, responsabile dell’attentato jihadista a Parigi, ha liberamente viaggiato in Italia, ha preso un traghetto da Bari per la Grecia, avendo una carta prepagata italiana e documenti italiani falsi. Il terrorismo jihadista in questa nuova guerra asimmetrica ha bisogno per sopravvivere oltre che di finanziamenti e di basi logistiche anche e soprattutto di documenti falsi. L’Italia ad oggi continua a offrire il suo supporto alla causa terroristica soprattutto nella falsificazione di documenti. Ad esempio nella regione Campania è molto diffusa la presenza di algerini legati al Gruppo Salafita perla Predicazione ed il Combattimento nato da una scissione all’interno del G.I.A. (Gruppo Islamico Armato). Si tratta di un’organizzazione legata al terrorismo con diramazioni in tutta Europa, dedita principalmente al traffico internazionale di documenti falsi, con collegamenti con le aree di Vicenza, Milano e soprattutto Santa Maria Capua Vetere. Spesso nei comuni italiani nel tempo sono stati sottratti documenti. Al comune di Campobasso, in Molise, agli inizi di dicembre 2015 sono state rubate 1000 carte di identità in bianco. Nel luglio del 2014 invece a Gallipoli, nel Salento, scattava l’Operazione Bingo quando vennero rubate 12 pistole e 1050 carte di identità. Gli indagati facevano parte di un gruppo criminale operante nel Sud Italia e specializzato in documenti falsi molti dei quali poi finiti in mano ad immigrati siriani, palestinesi, afghani, albanesi, nordafricani etc. I provvedimenti vennero eseguiti soprattutto in tre comuni del Casertano: Frignano, Teverola e soprattutto Santa Maria Capua Vetere. Da luglio 2014 a maggio 2016 sono state rubate in Italia quasi cinquemila carte di identità. Ad Albano Laziale (970), in Puglia a Foggia (500) e a Gallipoli (1050), a Nocera Inferiore (1300). In territori come la provincia di Caserta è impensabile che non ci sia un legame tra la camorra locale e le attività strumentali al terrorismo internazionale. Quello che ormai appare evidente che bande criminali, meridionali, rivendono la documentazione a degli intermediari spesso marocchini che a loro volta la rivendono all’utilizzatore finale. Il prezzo di una carta di identità al primo passaggio è di 13 euro fino ad essere venduta all’utilizzatore finale a non meno di 100 euro.
]]>L’Italia è il più grande fornitore di documenti falsi ai terroristi. Basti pensare che l’attentatore di Berlino il tunisino Anis Amri oppure Salah Abdeslam, attentatore di Parigi, erano in possesso di documenti italiani. Da luglio 2014 a maggio 2016 sono state rubate in Italia quasi 5000 carte di identità. Nel Lazio ad Albano (970), in Molise a Campobasso (1000), in Puglia a Foggia (500) e a Gallipoli (1050). Infine in Campania a Nocera Inferiore (1300). Anis Amri, l’uomo più ricercato d’Europa per l’attentato di Berlino, era arrivato in Germania passando per l’Italia. Di origine tunisina era sbarcato a Lampedusa, poi 4 anni di carcere in Sicilia per incendio e danneggiamenti. Nel 2015 era stato fermato dalla polizia tedesca esattamente il 30 luglio scorso a Friburgo con una carta d’identità italiana falsa. La scorsa estate lo stesso Salah Abdeslam, responsabile dell’attentato jihadista a Parigi, ha liberamente viaggiato in Italia, ha preso un traghetto da Bari per la Grecia, aveva una carta prepagata italiana e documenti italiani falsi. In una ricerca per il Centro Studi sull’Islam Contemporaneo si è evidenziato come nella regione Campania è molto diffusa la presenza di algerini legati al Gruppo Salafita per la Predicazione ed il Combattimento nato da una scissione all’interno del G.I.A. (Gruppo Islamico Armato). Si tratta di un’organizzazione legata al terrorismo con diramazioni in tutta Europa, dedita principalmente al traffico internazionale di documenti falsi, con collegamenti con le aree di Vicenza, Milano e soprattutto Santa Maria Capua Vetere. Spesso nei comuni italiani nel tempo sono stati sottratti documenti. Nel luglio del 2014 a Gallipoli, nel Salento, scattava l’Operazione Bingo quando vennero rubate 12 pistole e 1050 carte di identità. Gli indagati facevano parte di un gruppo criminale operante nel Sud Italia e specializzato in documenti falsi molti dei quali poi finiti in mano ad immigrati siriani, palestinesi, afghani, albanesi, nordafricani etc. I provvedimenti vennero eseguiti soprattutto in tre comuni del Casertano: Frignano, Teverola e soprattutto Santa Maria Capua Vetere. In territori come la provincia di Caserta è impensabile che non ci sia un legame tra la camorra locale e le attività strumentali al terrorismo internazionale.
]]>Ancora una volta un tentativo pericoloso di emulazione terroristica. E’ successo in Francia nella banlieue Aubervilliers, a nord-est della capitale parigina nella Seine-Saint-Denis. “Sono di Daesh, questo è un avvertimento”. Un insegnante della scuola materna pubblica “Jean Perrin” è stato accoltellato da un uomo che ha proclamato di essere dell’Isis, prima di riuscire a fuggire. E’ stato colpito alla gola con un taglierino ma non è in pericolo di vita. Secondo le ricostruzioni l’aggressore aveva una cappuccio n testa, dei guanti e una casacca bianca. L’antiterrorismo indaga ma la paura continua a fare vittime. Il marketing dell’Isis si caratterizza di molteplici aspetti e di sicuro offre una buona occasione a soggetti emarginati o affetti da disagi psichici e sociali che un tempo sarebbero rimasti isolati, mentre oggi trovano uno sbocco comune. “L’unico rimedio alla depressione è il jihad”, recita un video di propaganda del presunto Stato islamico. “C’è qualcosa che si chiama disturbo paranoide condiviso in cui una persona in un rapporto stretto ha manie e tira l’altro in questo sistema delirante”, ha dichiarato Harold Bursztajn, psichiatra e co-fondatore del programma di Psichiatria e Legge alla Harvard Medical School. Insomma veri e propri disturbi alimentati dal marketing dell’Isis. In questo ultimo caso, come in altri precedenti non si tratta assolutamente di lupi solitari ma semplicemente di “sfigati emarginati” in cerca di pubblicità. Oggi dire che fai parte dell’Isis significa finire immediatamente in prima pagina. Il timore è che si stia sviluppando una sorta di “terrorismo a chilometro zero” o fai da te. Questo clima sicuramente non agevola la quotidianità visto che le paure stanno diventando il supporto alle ideologie occidentali mentre ad esempio proprio l’Isis tende al contrasto e alla destabilizzazione sfruttando le paure del sistema stesso e utilizzandone i mezzi, tra i quali, prima di tutto, le risorse della guerra dell’informazione e le tecnologie.
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In Libia è il caos più totale. Non si arresta l’ondata di sbarchi e la guerra civile sta generando una profonda instabilità. Dove sono finiti i soldati dell’esercito libico che dopo la guerra del 2011 e la caduta di Gheddafi dovevano garantire la sicurezza del Paese? Addirittura in merito alle forze di terra vennero avviati diversi programmi di addestramento per le nuove truppe libiche, tutti interamente finanziati da Tripoli, in paesi NATO (ma non solo), con l’Italia in prima linea. La prima fase del programma italo-libico prevedeva la selezione di circa 500 soldati da parte di un team di consiglieri militari dell’Esercito Italiano. Di seguito l’addestramento delle forze di polizia da parte dei Carabinieri, e la formazione in Italia di 2.000 unità provenienti dalle 3 regioni libiche: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. L’Italia avrebbe contribuito alla formazione di 5.200 soldati libici secondo un piano triennale. Altri sodati sarebbero stati addestrati nel Regno Unito presso la caserma del British Army di Bassingbourn, nel Cambridgeshire. Altri invece in Turchia presso la scuola di fanteria di Egirdir/Isparta, nella parte sudoccidentale del Paese. Eppure oggi bande e milizie di vario colore e appartenenza etnica, locale o regionale, tutte armate fino ai denti si scontrano quotidianamente in Libia spesso usando il marchio del “califfato” per farsi pubblicità. Il ministro della Difesa Pinotti spera di poter guidare una missione in Libia, ma questo avventurismo geopolitico non ci porterà da nessuna parte. Rischiamo ancora una volta di fare il gioco delle potenze coloniali come la Francia, che ovviamente ha forti interessi in Libia, e di esporci ancora di più alla minaccia jhadista dell’Isis. L’addestramento delle truppe libiche in Italia ad oggi non ha prodotto nulla e la cattiva politica estera italiana continua a generare mostri.
]]>Un tremendo boato danzò a casaccio per le strade. Si insinuò nelle case, morse l’asfalto, lo aprì ai bordi dei marciapiedi, sotto i pneumatici delle auto posteggiate. Novanta secondi di inferno. Suoni, odori, parole, immagini che appartengono a un repertorio disperato. Il terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980 ha segnato la vita di diverse persone, poche quelle sopravvissute e interi nuclei familiari spazzati via. Antichi borghi sventrati o rasi al suolo dalla furia della natura. Tra questi Conza della Campania con le sue quasi 200 vittime totali che costrinsero i superstiti a trasferirsi nella parte bassa ed edificare la nuova Conza insediandola a partire dai primi anni Novanta. Del vecchio centro abitato resta un parco archeologico venuto alla luce dopo il terremoto con un foro e un anfiteatro emersi tra le spettrali rovine delle abitazioni. Le porte delle case sono ancora aperte, come se il tempo si fosse fermato, come se quella fuga verso la salvezza non fosse mai terminata. Superato l’uscio è possibile immergersi nei silenzi, nelle crepe, nei freddi corridoi con le pareti ancora intonacate e i vestiti affastellati in qualche angolo. Un silenzio assordante rotto da 20 abitanti speciali che vivono in un edificio ristrutturato e di proprietà del comune nell’ambito del progetto SPRAR. Si tratta di rifugiati politici provenienti dall’Africa (Nigeria, Gambia, Mali, Eritrea, Costa D’Avorio) ma anche dal Pakistan e dall’Iraq. In realtà ne sono 40 totali, di cui 20 residenti nella parte vecchia, mentre la restante parte in strutture affittate nella nuova Conza distante poco più di 4 Km. Il rifugiato politico percepisce spesso gli enti locali come imbalsamati e inermi ma in questo caso è diverso. Si sono ben integrati e frequentano quotidianamente le attività scolastiche. Inoltre il comune di Conza ha un progetto specifico: quello di riattivare nel vecchio borgo un sistema di ospitalità diffusa ripartendo da un unico ristorante e dalla presenza dei “nuovi abitanti”. Un modello vincente che punta all’integrazione e allo sviluppo dell’antico borgo terremotato. Forse qualcuno non rimarrà a Conza preferendo raggiungere mete europee ma per gli altri l’integrazione nel tessuto sociale non è una chimera visto l’inserimento già in passato di alcuni ex rifugiati in aziende locali. Ieri i terremotati oggi i rifugiati, eppure una serie di analoghe vicissitudini: le tendopoli, la distribuzione di aiuti per la quotidianità perduta, la provvisorietà e la precarietà senza scampo che logora la vita. Tuttavia in queste analogie alberga un’unica speranza quella di rinascere come persona, come nuovo cittadino e come comunità, quella di Conza, che guarda al futuro conservando la memoria storica di quei tragici giorni.
]]>Sono circa mille e novecento i chili di marjuana galleggiante sequestrati a Termoli (CB), lungo il litorale molisano dai Finanzieri della Compagnia e Sezione Operativa Navale di Termoli. Due pescatori sono stati arrestati perché trovati con lo zaino pieno di marijuana identica a quella recuperata. Altri componenti dell’equipaggio, denunciati per favoreggiamento. La droga era stata abbandonata in prossimità della costa e confezionata in balle ricoperte di materiale protettivo, imballata con cura e lasciata a galleggiare. Si tratta di una pratica ampiamente diffusa. Per il Molise e gli uomini della Finanza ha rappresentato una operazione record che lo stesso giornale locale primonumero.it ha raccontato con dovizia di particolari in questi giorni lasciando presumere che la droga fosse partita dall’Albania. A questo punto mi preme fare delle considerazioni di carattere geopolitico. L’Albania sta infatti diventando lo snodo dello spaccio di stupefacenti verso l’Europa comunitaria, sia in quanto produttrice di marijuana sia come base di passaggio e di smistamento dell’eroina proveniente soprattutto dalla Turchia. Gli emigranti possono decidere di fare da corrieri di piccoli pacchetti ben protetti da cellophane, che contengono in media 4-5 kg di droga. Talvolta, quando si tratta per esempio di un gruppo familiare, il prezzo da pagare aumenta: la droga viene trasportata in borse in grado di contenerne fino a 30 kg. Non sempre la droga raggiunge direttamente le coste italiane, poiché spesso vengono istituiti i famosi centri di raccolta galleggianti dei pacchetti provenienti dall’Albania. Ed è quello che molto probabilmente è successo nel caso di Termoli. Una rete di grandissimi interessi sta coinvolgendo la mafia albanese. Le droghe slave per esempio sembrano preferire sempre più Tirana al confine italo-sloveno. La Macedonia è uno dei paesi più attivi nel traffico di eroina verso l’Europa, attraverso la rotta che passa per Skopje (in Macedonia), Pristina (Kosovo) e Scutari (in Albania). Le strade del traffico d’armi che legano le sponde adriatiche sono essenzialmente due: la via che parte dalla Russia, soprattutto dalla Transnistria (uno stato indipendente de facto non riconosciuto dai Paesi membri dell’ONU) e che raggiunge l’Italia attraverso la Croazia; e la via che parte dal Montenegro, passa per l’Albania-Kosovo e arriva in Puglia e in alcuni casi anche in Molise. Le mafie in ballo ovvero quella italiana, la russa e l’albanese, hanno da tempo stretto accordi di cooperazione e di pacifica convivenza.
]]>Fortemente voluta dal Ministro della Difesa Roberta Pinotti, la task force costituirà un punto di riferimento certo e immediato per Enti e Istituzioni interessati al patrimonio immobiliare del Dicastero. A guidare la task force – costituita da esperti del Ministero e del Demanio – il Generale di Divisione Antonio Caporotundo, Vice Ispettore Infrastrutture dell’Esercito Italiano. In coordinamento con Difesa Servizi S.p.A. e Agenzia del Demanio, opererà per valorizzare gli immobili dello Stato dismessi perché non più utili alle esigenze militari.“Sono beni che da troppo tempo i cittadini vedono nelle loro città non utilizzati – ha detto il Ministro Pinotti – e che invece possono essere fonte di lavoro, spazi di vivibilità, di ricchezza e di crescita per il Paese”. “Un impegno importante non solo per la Difesa ma per tutto il governo – ha aggiunto il Ministro – perché ora abbiamo di fronte un’Italia che vuole ricominciare a crescere, che vuole ricominciare a correre, che vuole ricominciare ad avere forza e professione”. La task force sarà alle dirette dipendenze del Ministro e sarà attiva 12 ore al giorno. L’Italia, da quando è stata fatta la nuova legge sul servizio di leva, è piena di caserme in disuso. E’ arrivato davvero il momento di riconvertirle in altro. Queste strutture potrebbero diventare “officine della creatività”. A partire da quella romana di via Guido Reni. Progetti già esistenti nelle altre capitali europee, come Parigi o Berlino. Il riutilizzo delle caserme in disuso e dei forti abbandonati, non è una questione solo italiana. In Germania si discute sulla possibilità di abbattere 15.000 fortificazioni della linea Siegfried, la linea che si contrapponeva alla linea Maginot francese.
]]>Il Pakistan ha avuto da sempre una importanza geopolitica fondamentale. Da un lato una visione macrocosmica caratterizzata dal modo in cui il Paese viene visto dall’esterno, soprattutto dagli Usa, in relazione sia alla guerra in Afghanistan sia per i suoi confini con l’Iran. Dall’altra parte un microcosmo dove vengono fuori tutte le problematiche interne di una realtà pakistana molto complessa. Si tratta di entità molto diverse tra loro che contribuiscono ad un sentito squilibrio territoriale. Esistono problemi cronici nel Punjab, nel Sindh e nel Baluchistan, quest’ultima zona sempre più priva di infrastrutture. Per non parlare del confine con il Kashmir e delle aree tribali al confine con l’Afghanistan. Non a caso gli esperti di geopolitica parlano di implosione pakistana. A ciò si aggiunge la “talebanizzazione” del Pakistan. Proprio i talebani vivono nelle aree tribali e sono protetti da alcuni gruppi creati dai servizi segreti pakistani (ISI).
Una sorta di ISI dentro l’ISI che in contrasto con il sistema scambiano informazioni segrete e progettano per poi attuare azioni di sabotaggio su vari obiettivi a cominciare dagli impianti nucleari super protetti. L’islamizzazione della nazione ha portato dei fanatici religiosi in tutte le istituzioni dello Stato e del Governo Non solo partecipano ma incoraggiano gli altri pakistani ad una militanza civile ed armata a tutti i livelli sociali, economici, politici, nazionali ed internazionali. Importanti attentati nella storia politica del Pakistan come quelli di Muhammad Ali Jinnah, Liaqat Ali Khan, Zulfiqar Ali Bhutto, Zia-ul-Haq, Benazir Bhutto, Salman Taseer e Shahbaz Bhatti non sono stati possibili senza le affiliazioni ufficiali o ufficiose con gli organi d’informazione riservata e di sicurezza nazionali.
In merito al programma nucleare, nato inizialmente come contrapposizione all’India, sta generando problemi alla comunità internazionale. Gli Usa hanno dichiarato guerra al prof. Khan definito “Salvatore della Patria” per i pakistani, ma allo stesso tempo uomo enigmatico e pericoloso per gli Usa. Teniamo presente che la bomba atomica in Pakistan è soprannominata come “bomba islamica” e il prof. Khan che ha rubato i segreti dai laboratori quando lavorava in Olanda, non solo ha fatto avere la bomba atomica alla nazione ma oggi incoraggia il possesso di tale tecnologia anche in altri paesi. Oggi simili casi si verificano nei laboratori tedeschi. Tutto questo per venire in possesso dei segreti delle ditte che producono software o hardware utilizzati anche per quei droni che continuano ad uccidere i capi di Al-Qaeda e dei Talebani sia afghani che pakistani.
Infatti fu proprio il Pakistan a vendere vecchie centrifughe all’Iran per l’arricchimento dell’uranio (U235) utile alla costruzione di testate nucleari. Nei primi anni settanta centrifughe in acciaio furono fornite all’Iran proprio dal Paese del prof. Khan. Ne servivano 50.000 per produrre 1 Gigawatt di materiale bombabile e per produrre 100 kg di U235 ne servivano 3.000 che lavorassero ininterrottamente per un anno intero. Di seguito per accelerare il processo di arricchimento vennero sostituite le vecchie centrifughe con delle nuove in fibra di carbonio. Materiale che purtroppo proveniva dal Vecchio Continente. Al centro dell’attenzione Francia e Germania. Se è vero che la proliferazione nasce in Europa, il Pakistan è stato e resta ad oggi il più grande trafficante di nucleare sul mercato nero soprattutto nell’area geopolitica in questione.
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Nel quadro generale del trasferimento della responsabilità della sicurezza alle forze di sicurezza afghane, gli Alpini del 2° reggimento hanno passato all’esercito di Kabul la base operativa avanzata ‘Lavaredo’, così battezzata nel 2010 dagli Alpini del 7° reggimento all’atto dell’apertura. Negli ultimi quattro mesi la Task Force italiana comandata dal colonnello Cristiano Chiti – costituita dagli Alpini del 2° di Cuneo insieme agli specialisti del 32° genio guastatori di Torino e del 232° trasmissioni di Avellino – hanno operato con successo nel distretto più remoto e delicato dell’area di operazioni italiana in partnership con le forze di sicurezza afghane.
In precedenza, le forze di Kabul avevano assunto la responsabilità delle basi in Gulistan e a Bala Murghab, sostituendo i militari italiani della brigata ‘Garibaldi’ a luglio e a settembre di quest’anno. Con il rientro in Italia della Task Force South East, nelle prossime settimane il contingente italiano in Afghanistan scenderà di circa 450 unità, attestandosi a quota 3.600 effettivi circa.
La responsabilità della base verrà assunta in un primo momento dall’unità del 207° Corpo dell’Esercito afghano, che negli ultimi mesi ha operato dalla stessa base di Bakwa con il sostegno della Task Force South East italiana. Le forze dell’esercito verranno integrate nelle prossime settimane da unità scelte della 3^ brigata di polizia, affiancate da mentors e assetti operativi statunitensi.
Nel distretto di Bakwa, area di notevole importanza situata a cavallo tra la provincia meridionale dell’Helmand e quella di Farah, le forze di sicurezza afghane e italiane hanno agito nell’ambito delle operazioni ‘Shaping South’ e ‘Al Dhui’, condotte in tutta la regione ovest per contrastare i gruppi di insorti provenienti da sud e garantire la libertà di movimento lungo la Ring Road – l’asse stradale che collega Kabul a Herat passando a sud per Kandahar – e la Route 515. Le due operazioni si sono sviluppate per oltre otto settimane nelle provincie di Herat e Farah e hanno visto scendere in campo oltre 4.000 uomini del 207° Corpo d’Armata dell’Esercito Afghano e del 606° della Polizia, in partnership con le tre Task Force italiane – su base 2°, 3° e 9° reggimento Alpini integrate da specialisti della Task Force Genio e della Task Force C4 delle Trasmissioni – con il supporto degli acquisitori obiettivi della Task Force Victor, degli elicotteri CH47, Mangusta e NH90 della Task Force Fenice e i velivoli dell’Aeronautica Militare, per un totale complessivo di 2.000 militari italiani. Tutte le attività sul campo sono state pianificate e condotte in partnership con la polizia e l’esercito locali, nell’ottica della transizione della responsabilità esclusiva della sicurezza nella regione.
Nel solo distretto di Bakwa, oltre duecento operazioni da parte della Task Force South East e delle forze afghane hanno portato negli ultimi quattro mesi al fermo di numerosi individui sospetti e al sequestro di un ingente quantitativo di armi e munizioni, oltre ad aver consentito di ricognire tutti gli insediamenti del distretto e di rifornire con continuità gli avamposti delle forze di sicurezza afghane presenti lungo gli assi di comunicazione. Nello stesso periodo si è inoltre registrata una diminuzione del 70% degli ordigni esplosivi improvvisati ritrovati lungo le strade. Grazie a due operazioni aeree condotte da velivoli AMX e Predator dell’Aeronautica Militare con il supporto della Task Force South East, sono stati infine distrutti tre ripetitori radio adoperati dagli insorti per le proprie comunicazioni nella zona di Bakwa. Nel campo dell’assistenza alla popolazione, gli Alpini del 2° hanno realizzato otto pozzi e distribuito generi di prima necessità, tra cui 2500 coperte, 50 generatori elettrici, 20 pannelli solari, oltre a centinaia di indumenti e di kit scolastici per gli studenti del distretto, mentre i team sanitari afghani e italiani al seguito delle pattuglie hanno dispensato cure mediche di base a centinaia di abitanti.
Durante la cerimonia di consegna delle medaglie della NATO ai militari della Task Force, il colonnello Chiti ha ricordato il sacrificio dei quattro caduti italiani a Bakwa: il Capitano degli Incursori Alessandro Romani (17 settembre 2010), il Caporal Maggiore Scelto Gaetano Tuccillo del battaglione logistico ‘Ariete’ (2 luglio 2011), il 1° Caporal Maggiore Roberto Marchini dell’8° genio paracadutisti (12 luglio 2011) e il Caporal Maggiore Tiziano Chierotti del 2° reggimento Alpini della brigata ‘Taurinense’, scomparso lo scorso 25 ottobre in seguito ad uno scontro a fuoco.
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