L'uovo di Colombo

Sfiducia, Renzi asfalta le opposizioni. Maggioranza a quota 168 al Senato. Pronto anche il rimpasto di governo: Ncd e Sc i partiti da premiare

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo
ROMA

1) Sfiducia, Renzi asfalta le opposizioni. In Senato la maggioranza di governo è a quota 178. 
IL PREMIER, Matteo Renzi, ieri si è presentato spavaldo e sfrontato nell’aula di palazzo Madama e ha tenuto un discorso, contro la doppia mozione di sfiducia al suo governo sulla questione banche, altrettanto spavaldo e sfrontato.
Del resto, ne aveva ben donde: un voto pensato per mettere lui e la sua ministra alle Riforme, Boschi (la sola, per la verità, nervosa e un po’ imbarazzata, china sui fogli), ha dimostrato che la maggioranza, al Senato, il governo ce l’ha eccome, e che a esser divise, confuse e «spompe» sono le opposizioni.
Nel suo discorso, il premier evita le parole che risuonano negli interventi contrari («menzogne», «papà Boschi», etc.). Si preoccupa di rispedire al mittente accuse che definisce «infami e meschine» o a dire «aggrappatevi al fango, noi pensiamo al bene dell’Italia». Ribadisce il «chi ha sbagliato pagherà, ma non lo decidete voi, lo decidono i giudici in primo, secondo, terzo grado di giudizio!». Rivendica la riforma delle banche popolari, delle quattro banche cooperative e la Stabilità. Soprattutto, parla (a volte urla) con toni duri, sferzanti, cattivi. Irride i forzisti: «copiate» le mozioni «dagli articoli del Fatto quotidiano», «chiedetevi perché siete sempre meno» (e Verdini, dal suo banco, sorride), e via di questo passo.
Prende di mira, ma solo alla fine, i grillini («Il quarto grado di giudizio non esiste, ne esistono tre, il quarto è il blog dell’Illuminato!») né risparmia il povero senatore Quagliariello, uscito dall’Ncd e fondatore, con un mini-manipolo di anti-alfaniani, del mini-gruppo anti-governativo 'Idea' che lo aveva accusato di voler vincere facile («Lei mi pare il tipo cui non piace vincere affatto»).

DEL RESTO, questa volta Renzi ha ragione, a godersela: la maggioranza di governo, al Senato, sembra bella solida. Certo, i conti cambiano a seconda di come si guarda il bicchiere: mezzo pieno se si conta che, nella maggioranza - al netto dei verdiniani (presenti in 16 su 18) e dei tosiani di Fare (presenti in due sue tre) - mancavano cinque senatori (i tre dem Zavoli, Tonini e Turano e due di Ncd Bonaiuti e Albertini), mezzo vuoto se si considera che, in ogni caso, la maggioranza si sarebbe fermato a quota 160, giusto un voto sotto la soglia di sicurezza (161 il plenum dell'assemblea). In ogni caso, la mozione di FI-Lega è stata respinta con ben 178 voti (erano stati 180 i voti a favore il ddl Boschi) e l’ignominia, per gli azzurri, è alta: solo 101 voti a favore della sfiducia, dopo tanto clamore in Aula, e un astenuto, la ex grillina Fuksia, che vale voto contrario, e soprattutto la sfiducia l'hanno votata solo in 32 su 41, con ben nove assenti, tra gli azzurri. Non solo i senatori Villari e Bocca, ormai renziani di complemento, ma pure altri big come gli avvocati Niccolò Ghedini e Nitto Palma, ormai sull’uscio pure lui, dopo aver perso la commissione Giustizia e non essere stato difeso dal suo capogruppo, Paolo Romani, come invece è accaduto per il capogruppo della Trasporti, Matteoli.
Larghi vuoti anche tra gli altri gruppi di centrodestra: Lega, Gal, Conservatori di Fitto, gruppo ormai allo sbando e pronto a smottare sempre a favore di Verdini, la cui Ala punta a «quota 30».
Anche peggio è andata alla seconda mozione, quella dei grillini: appena 84 «sì» contro 174 «no» e il solito astenuto (la Fucksia). Tanto che, al secondo giro, il Pd ha decretato il «rompete le righe»: ai senatori a vita, come Napolitano, presenti a dispetto dei santi, ha detto «andate pure a casa». E così, il capogruppo dem, Luigi Zanda, ha buon gioco a infierire: «le opposizioni subiscono scissioni piccole, grandi e grandissime. Da un partito ne nascono quattro, perdono senatori a decine, ma non c’è mai una loro riflessione...».
Certo, degli scontenti e irati si vedevano, ieri, al Senato: erano gli alfieri della minoranza dem che, da Gotor a Fornaro, oggi masticano amaro. Ripetono che «è nato il partito della Nazione, anzi delle Contrade», attaccano a ogni pié sospinto Verdini, ma sanno di stare per diventare sempre più ininfluenti.

2) Scatta il rimpasto di governo: a essere premiati saranno i due partiti più 'poltronisti', Ncd e Scelta civica. 

ROMA -
PER IL ‘rimpasto’ di governo «c’è la nomina di un ministro e bisogna sentire il Presidente della Repubblica. Poi ci sono da fare 7-8 sottosegretari». Queste parole il premier Matteo Renzi le butta lì, parlando con i cronisti, mentre lascia il Senato. Poi dettaglia: «Il tetto massimo dei componenti l’esecutivo è fissato a 65 (oggi il governo Renzi è a quota 56 componenti, ndr.), ma non è detto che debba esser raggiunto». Il rimpasto, parola che - come si sa - Renzi “aborre”, dovrebbe essere operativo già da oggi: causa le agende incrociate, Renzi potrebbe salire al Colle nel pomeriggio.
Per la nomina di ministro agli Affari regionali, la sola che abbisogna del «visto, si stampi» del Colle, in pole position c’è, da tempo, l’attuale sottosegretario alla Giustizia, l’avvocato torinese Enrico Costa, esponente di Ncd. E sarà di certo lui, il solo (nuovo) ministro del governo Renzi. Costa, in realtà, sta avendo dei problemi, dentro il suo partito: a Torino, dove si vota, l’Ncd locale vuole andare con il centrodestra, Costa vuole appoggiare Fassino. L’alternativa a Costa sarebbe la senatrice Federica Chiavaroli, che pure Renzi stima molto, ma il nome di Costa a oggi resta il più forte.
Ma il partito di Alfano non avrà solo questa, di «promozione»: l’ex sottosegretario calabrese, Antonio Gentile, che si era dimesso a poca distanza dalla nomina, tornerà, e sempre alle sue (amate) Infrastrutture. Altre upgrading sono in vista per un partito semi–inesistente in natura ma molto presente al governo e ancora abbastanza in Parlamento, Scelta Civica. Antimo Cesaro, ras di voti (personali) in Campania, diventerà sottosegretario ai Beni Culturali, al posto della dimessasi da un po' di tempo Barracciu (Pd). Male che vada il posto andrà a Giulio Sottanelli, pure lui di Sc. L’altra promozione spetta direttamente al segretario del “partito”, Enrico Zanetti: o diventerà vice-ministro all’Economia o - causa i non buoni rapporti che intrattiene con il suo ministro, Padoan – potrebbe restare sottosegretario ma con in più una delega pesante (il Fisco). Se Zanetti diventerà viceministro, l’attuale sottosegretario al Mef, Luigi Casero (Ncd), traslocherà allo Sviluppo Economico insieme all’attuale sottosegretario al Welfare, Teresa Bellanova (Pd). Alla Bellanova, molto stimata dal premier, toccherà gestire le più critiche crisi industriali lasciate in sonno da De Vincenti, traslocato a palazzo Chigi al posto di Delrio, diventato ministro alle Infrastrutture quando si dimise Lupi, mentre la candidatura di Vasco Errani è ormai per sempre tramontata.
In casa Pd, il riformista napoletano Enzo Amendola potrebbe diventare vice-ministro agli Esteri, posto lasciato vacante da Lapo Pistelli, ma non è ancora sicura, questa volta, la promozione, mentre il sottosegretario agli Affari europei, Sandro Gozi, di cui si è parlato per lo stesso ruolo di Amendola (viceministro agli Esteri), resterà dov’è e con la piena fiducia del premier. A meno che non parta un vero 'ribaltone' dell'ultima ora che prevede lo spostamento di Gozi alla Farnesina, anche per tacitare la rivolta degli ambasciatori imbufaliti per la nomina di Calenda a Bruxelles, e la nomima dello stesso Calenda a sottosegretario agli Affari europei, anche se il doppio incarico (ambasciatore e sottosegretario) presenterebbe un profilo di dubbia opportunità e costituzionalità. Naturalmente,solo una nomina è già sicura e già annunciata da Renzi stesso: quella dell’economista Tommaso Nannicini a sottosegretario a palazzo Chigi con delega ad hoc per i «nuovi lavori».
Ettore Maria Colombo

NB. Questi due articoli sono stati pubblicati il 28 gennaio del 2015 alle pagine 2 e 3 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

 

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