Invece di indignarsi, borbottare o, peggio ancora, girarsi dall’altra parte come se niente fosse accaduto, sarebbe interessante capire perché Sergio Scariolo abbia atteso l’arrivo della primavera per raccontare che in Italia si respira «un’aria rancida, di lobby, di situazioni incancrenite e di poteri intoccabili». Dichiarazioni scomode, che non arrivano da un allenatore qualsiasi, ma da un tecnico rientrato in Italia dopo quindici anni e che in giro per il mondo ha visto (e vinto) tanto. Uno che, oltretutto, quando apre bocca lo fa per dir qualcosa, non per cercare visibilità: qualche anno fa, in Russia, denunciò il problema arbitri, provocando una rivoluzione. Nel senso che l’intero sistema venne cambiato.
Una voce autorevole, insomma, per questo meritevole di essere ascoltata: dal procuratore federale, ma ancor di più da un ambiente intero, che forse non ha nemmeno il diritto di sorprendersi davanti a certe frasi. Perché Scariolo, parlando di «sistema ingessato» e di un basket «degradato da chi ha pensato soltanto ai suoi interessi», non ha detto nulla di sconvolgente: semplicemente, ha raccontato in pubblico ciò che in tanti, per non dire tutti, riscontrano da anni.
Il nodo semmai è un altro: se dalla cruda analisi di chi da tempo non frequentava queste ribalte si può partire per fare un passo avanti, benvengano queste uscite. Se invece tutto questo polverone ha scopi più ‘politici’, Scariolo, che curiosamente ha incassato l’appoggio della sua società solo quando è andato dal procuratore federale e non quando ha tirato il sasso nello stagno, commette lo stesso errore che vuol denunciare: rende l’aria ancor più rancida. Come la appesantisce quando parla di conflitto di interessi a proposito del part-time di Pianigiani, che guida la Nazionale del campionato in cui allena: osservazione giusta nel merito, non nei tempi. Perché Pianigiani era ct anche la scorsa estate, quando Scariolo ha rimesso piede in Italia.
In attesa di risolvere il dilemma, sarebbe bello sentire qualche voce sull’argomento: il basket italiano, invece, continua a tacere come se la questione sollevata non fosse urgente o non lo riguardasse. A meno che non ci siano cose più importanti di cui (pre)occuparsi: vuoi mettere la storia del povero D’Antoni, costretto ad andarsene da New York?
La frase della settimana. «Nessuno è cresciuto quanto la mia Cantù» (Andrea Trinchieri, tecnico della Bennet, finge di giocare un altro campionato rispetto a Sassari, Bologna, Pesaro, Venezia…).