Made in Italy

Made in Italy

da Washington DC, USA

di Cesare De Carlo

La squadra di un Paese incapace di competere

Caro De Carlo,
aveva ragione lei. Purtroppo.
Pochi giorni fa in una risposta a una mia lettera aveva scritto: la nazionale italiana sembra lo specchio del Paese che rappresenta, un Paese stanco, sfiduciato, snervato. Io aggiungerei: un Paese irritante nella supponenza di essere più furbo degli altri.
Proprio così. I giocatori italiani sono apparsi lenti, svogliati, incapaci di andare in porta e ancor più di tirare.
Bene hanno fatto Prandelli e Abete a dimettersi. Ma poveretti non è colpa loro. E’ colpa di una mentalità rinunciataria che ha intossicato la vita di tutti i giorni. Insomma gli italiani, nello sport come nell’economia, come nella società eccetera hanno smesso di misurarsi con gli altri. Attendono i colpi di fortuna o gli errori degli avversari.
Non le pare?
Giorgio Amici

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Sì. Mi pare. All’Italia non ne va bene una. Per limitarci allo sport, non va bene nel calcio, nella Formula Uno, nel motociclismo, nel tennis.
In un Paese che non è mai diventato nazione, la sola occasione per sventolare la bandiera era data dalle partite della nazionale.
Per il resto quella bandiera è meglio tenerla ammainata.
E fra tante macerie non sarebbe il caso di fare qualche riflessione? Sulle responsabilità dei partiti, dei sindacati, della cultura buonista, sulle sistematica mortificazione del merito? E soprattutto sull’incapacità ormai accertata di competere con gli altri? Nello sport come nella vita?

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