Joe Jackson non è mai stato un tipo particolarmente simpatico. Irritante è l'aggettivo che mi viene in mente, tipico di chi si sente incompreso. Ricordo una volta, 25 anni fa più o meno, venne a Bologna: andai a vederlo, concerto così così, e lui con una fisarmonica al collo ad un certo punto interruppe il pubblico che per scaldare l'ambiente batteva le mani, 'Quando scrissi questa canzone non pensai ad un clap-hand di sottofondo', pontificò alla platea gelata. Capito che soggetto? Però il signor Jackson è anche genialotto, solo che, ahilui e ahinoi, gli difetta la costanza. Suona il piano e canta da una vita. Da una vita è anche indeciso fra la passione per il jazz e l'amore per il rock 'n' roll, per non parlare delle sbandate per la musica classica. Ma va bene così. Non esistono artisti più noiosi di quelli che si dilettano nelle continue decalcomanie del loro disco di successo. Jackson non conosce hit da tempo immemorabile. Era il 1982 (ah, i miei 18 anni...): i tempi di 'Night and day', di 'Steppin' out', con quel videoclip così newyorkese. Ma al successo era arrivato veramente per vie tortuose. I primi due dischi, al tramonto degli anni 70, rigurgitavano di vertigini punk: 'Look sharp' e 'I'm the man' (mamma mia il basso pulsante di Graham Maby). Erano gli anni della new wave. Ma Joe era un nostalgico, amava il jazz. E allora registrò un disco strampalatissimo, niente affatto brutto, 'Jumpin' jive', tutto da ballare, anni prima dell'avvento del volpino Ray Gelato. Poi 'Night and day', un chiaro omaggio a Cole Porter, e il successone. In effetti quel disco era ed è bellissimo, al di là di 'Steppin' out' mi vengono in mente due ballad, 'Breaking us in two' e 'Real men'. Quell'album lo imprigionò un po' troppo, ho come l'impressione che Jackson volesse fortissimamente il successo ma non sapesse gestirlo, era chiaramente un artista scontroso, anti-marketing. Da allora infatti, e son passati trent'anni, ne ha azzeccate pochissime. Lui, inglese dal cuore agitato, traslocava il pianoforte da New York a Berlino, incideva dischi di musica sinfonica destinati a passare completamente inosservati, ritornava al pop-rock con risultati altalenanti, ma sempre senza far più capolino in hit parade (ma è poi così importante?). Poi nel 200o, il secondo volume di 'Night and day', come a dire: proviamo a ripartire da qui. Un bel disco. Non tanto jazz, contemporaneo, con Marianne Faithfull e quella voce invecchiata dalla vita, brani struggenti, come 'Love got lost', 'Happyland, 'Stay'. Poi altri album. Più anonimi. E ora il vecchio amore, il jazz. A breve esce 'Duke', omaggio a Duke Ellington. Frutterà poco, ovvio, ma non si vive di sole copie vendute.