Il pianeta azzurro

Clima, l’accordo c’è, ma non basterà

in Esteri

Dall’inviato
Alessandro Farruggia
L’accordo climatico di Parigi c’è. La plenaria l'ha adottato alle 19.26. E’ un accordo storico perchè per la prima volta raccoglie nella stessa intesa contro il riscaldamento climatico tutti i paesi del pineta, ma che è anche quanto di meno preciso, circostanziato, definito, e soprattutto scientificamente plausibile _ perché manca degli strumenti per attuare gli impegni che afferma di voler perseguire _ che si potesse ragionevolmente auspicare. E’ però politicamente applicabile. E consente a tutti di cantare vittoria dopo anni di vertici che producevano più emissioni che risultati.
La chiave di tutto è il cambio di prospettiva, niente più impegni obbligatori di riduzione legalmente vincolanti, ma impegni volontari. E’ un approccio basato sul mercato caro agli americani che è riuscito proprio per la sua mancanza di vincoli a convincere i paesi i via di sviluppo. Questo premesso, l’accordo _ diviso in due parti, l’”Accordo di Parigi” e la “Decisione” che verrà recepita nella Convenzione sul clima _ stabilisce all’articolo 2 l’impegno a mantenere il riscaldamento “ben sotto i due gradi rispetto ai livelli preindustriali e si fare sforzi per limitare l’aumento della temperatura a 1.5° gradi”. E’ un impegno ambizioso che però manca di strumenti cogenti per essere attuato: tutto è infatti basato sulla buona volontà. L’articolo 3 stabilisce infatti che per raggiungere gli obiettivi dell’articolo precedente vengano presi impegni nazionali volontari, che dovranno essere progressivi nel tempo. Nessuno, a livello di Convenzione, può sindacare sull’entità degli stessi. Sono gli stessi inquinatori a decidere quanto stringere la cinghia.

Nell’articolo 4 si afferma che le parti si impegnano a raggiungere il picco di emissioni “prima possibile”, il che genericamente significa quando è possibile, e che “ai paesi in via di sviluppo sarà necessario più tempo per raggiungerlo” per poi ridurre rapidamente le emissioni e raggiungere un bilanciamento tra emissioni e assorbimenti “nella seconda metà del secolo”. Che può legittimamente voler dire 2051 ma anche 2099. Gli impegni nazionali dovranno essere trasmessi ogni cinque anni _ dal 2020, data di entrata in vigore dell’accordo _ e potranno in ogni momento essere aggiustati al rialzo. L’accordo stabilisce che gli stati dovranno anche fari sforzi per conservare e potenziare i sink (“pozzi”, cioè assorbitori di carbonio. Ndr) forestali e avvia _ articolo 6 _ un meccanismo di cooperazione per la riduzione delle emissioni e lo sviluppo sostenibile, le cui regole saranno decise dalla prossima conferenza delle parti.

Entra per la prima volta in un accordo internazionale, all’articolo 8, la questione dei loss and damages, cioè dei danni che i paesi più esposti già hanno o avranno, e si affida ad un meccanismo ad hoc il Warsaw mechanism il compito di supportare azioni. Ma, sia chiaro che, come fortemente voluto dagli Stati Uniti e stabilito al punto 52 della “Decisione”, che “l’articolo 8 non è una base per azioni legali o compensazioni”. Chi voleva fare causa perché il suo atollo è andato sottacqua è avvisato.
Molto deludente anche l’aspetto finanziario. Dall’accordo di Parigi è scomparso dall’articolo sulla finanza il riferimento preciso all’impegno di mettere a disposizione 100 miliardi di dollari dal 2020, che ora rientra nella “Decisone” in forma molto blanda. Si afferma infatti al punto 54 che “i paesi sviluppati intendono continuare l’obiettivi di mobilitazione esistente (i 100 miliardi dal 2020. Ndr) fino al 2025” e che “prima del 2025 la Conferenza delle parti dovrà stabilire un nuovo obiettivo collettivo quantitativo (e collettivo significa non solo dei paesi sviluppati. Ndr) da un base di 100 miliardi di dollari all’anno”. Non è molto e comunque assolutamente volontario. Tra l’altro non si dice quanti di questi soldi saranno finanziamenti a fondo perduto e quanti saranno dei prestiti. Dulcis in fundo, la questione della verifica degli impegni presi (e che oggi sono largamente insufficienti dato che ci garantirebbero un mondo al minimo 2.7 gradi più caldo di quello dell’epoca preindustriale).

L’articolo 14 fissa la verifica _ il cosiddetto global stocktake – al 2023, quindi tardissimo, e poi ogni 5 anni. Ma per gli stati di buona volontà ci sono molte altre occasioni di rivedere l’impegno. Tanto per cominciare _ come previsto dalla “Decisione” al punto 22 e 23, possono farlo nel 2020, quando formalmente (l’accordo ha effetto da quella data) devono presentare i loro impegni di riduzione, e possono riconfermare quelli presentati a Parigi o darne altri. In questo senso viene deciso a Parigi un “dialogo” nel 2018 e si invita gli scienziato dell’Ipcc a presentare, sempre nel 2018, un rapporto sugli impatti di un riscaldamento di 1.5 °. E’ evidente il tentativo di fare pressione per avere impegni più ambiziosi.
E quello che neanche i più sfegatati ambientalisti avevano sperato? Francamente non proprio. E’ semplicemente forse il massimo che si poteva ottenere in un accordo globale. Che per ora non basterà per salvarci dai famosi due gradi ed è tutto da dimostrare che possa attivare un percorso virtuso che ce li farà raggiungere più in là.

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