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Perché in vacanza (all’estero) vedo sempre un mondo tech che funziona?

Agosto 204, Islanda: arriviamo al visitor center di un parco nazionale, dopo tre ore di trekking su un vulcano spento. I bagni sono a pagamento: una macchinetta stampa un biglietto con un codice qrcode da far passare sotto un lettore ottico che dà l'accesso con un tornello. Costa 200 corone islandesi, 1,30 euro, ma la meraviglia è che se non hai moneta paghi con la carta di credito: avete presente le polemiche per installare In Italia i Pos per gli scontrini sopra i 30 euro? (Non vi risparmio l'impietoso confronto coi bagni di Stazione Cadorna a Milano, qualche giorno dopo: 60 centesimi, col bigliettaio e nessuno scontrino, e tralascio le condizioni dei servizi).

Luglio 2014, Londra: per azionare il tornello ed entrare in metropolitana si usa solo l' "oyster" (ostrica), una carta prepagata che si ricarica ovunque. Segna le stazioni di entrata e di uscita, e detrae l'importo da scalare (dalle zone più periferiche verso il centro si paga di più), come un telepass. Con l'oyster si paga anche sul bus, ovviamente, anzi è ormai l'unico sistema per pagare (non si fa più il biglietto a bordo). Non so bene quanti milioni di passeggeri al giorno transitino su Tube e bus della capitale britannica, però se funziona a Londra significa che la tecnologia non è un problema.

Gennaio 2014, Messico: wi-fi gratis in bar, hotel, hotspot-pubblici, anche nei posti più sperduti. Ho detto Messico, quel paese che nel nostro immaginario è siesta&fiesta&nuvole&coca&sombreri, non certo efficienza svizzera e tecnologia a portata di tutti.

A Roma non riusciamo neanche a riaprire (per poche ore) il Mausoleo di Augusto senza far brutta figura. Bel Paese, l'Italia.

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