La Biblioteca

Andrea Orlando

PROVA a dirlo in giro. Prova a dire che Andrea Orlando sarebbe il segretario perfetto del Pd perché va d’accordo con tutti. Per il suo ‘profilo basso’. Perché sorride solo quando è necessario e perché, come afferma un antico colonnello dalemiano, è un tipo «affettuoso, ma che si controlla». Provateci e qualcuno potrebbe saltarvi alla gola. Come il deputato Daniele Marantelli da Varese: «No, non salterei addosso – ride divertito –, ma contesterei questo ritratto. Meglio: lo farei ridisegnare. Andrea è molto generoso; sensibile; legatissimo ai principi di una volta pur essendo modernissimo. Sa benissimo cos’è il vincolo di comunità».

COMUNITÀ. Parola perfetta per capire il protagonista di questi giorni di caos totale nel Partito democratico. Sì, perché lui, Orlando, invoca una «Bad Godesberg» per i democratici non per brama di potere, diciamo, ma perché il suo amore per ‘il Partito’ è totale. Tempo fa, lo vedevi correre in su e giù per il «suo» Golfo dei Poeti (il ministro è della Spezia), affannato e preoccupato. Il Partito – «mi raccomando la P maiuscola», ridacchia un renziano – perdeva iscritti e lui cercava di capire il perché con i ‘percorsi democratici’. Percorsi nella sua terra. Si diceva della Spezia. La città dove è nato e cresciuto, in una famiglia di origini campane. Ma La Spezia, per Orlando, è qualcosa di più. È quella che un noto sociologo ha definito «Patria urbana». Lo conferma il suo profilo Twitter (101.000 follower). Mica chiacchiere: lui è @AndreaOrlandoSp. Dove «Sp» sta per «Spezia» ove a 13 anni (per la precisione l’8 febbraio del 1987, giorno del compleanno) si iscrisse alla gioventù comunista e a 18 al Pci. Dove ha mosso i primi (felpatissimi) passi da politico: segretario Fgci, consigliere comunale, molto altro ancora. Dove gli amici lo chiamano «Andre», senza riverenze o timori. Un orgoglio cittadino cantato dall’immortale «Oh bella Spezia», di fatto l’inno della città, l’inno degli Ultras (tipi tosti), il canto di una città che fa del calcio una religione laica. Ma, proprio su questo (delicatissimo) punto si gioca uno dei pochi misteri della vita del Nostro: Orlando tifa Spezia? O, come dice qualcuno, il suo cuore batte per la Fiorentina? Qui, le versioni divergono, l’argomento è scottante, meglio soprassedere.
Patria urbana che sia, ‘il Partito’ è l’altra declinazione fondamentale di Andrea. Lui è il Guardasigilli e non manca di ricordare come fra i suoi illustri predecessori ci fosse un tal Palmiro Togliatti. Infatti, pur essendo Andrea, per ovvi motivi di età, più uomo Pds/Ds/Pd che Pci, mai metterebbe la mordacchia alle sue origini. Nel 1984, il babbo lo portò ai funerali di Enrico Berlinguer. Il 21 gennaio, ha postato un significativo «veniamo da lontano» (il 21 gennaio 1921 nacque, a Livorno, il Partito comunista d’Italia). Eppure, il suo è il tipico profilo socialdemocratico. Abile tessitore – dicono che mai alzi la voce –, vuole che le carceri siano davvero messe lì per recuperare e non punire e che i magistrati facciano i magistrati senza occupar spazi impropri. Tanto lo vuole che qualche buontempone lo tacciò di berlusconismo perché avanzò il dubbio che tra pm e giudici una divisione dei ruoli sarebbe stata auspicabile. Altri buontemponi (cfr. Beppe Grillo) lo accusarono di aver studiato a Pisa, ma senza conseguire la laurea in Legge. Come se un politico che va in via Arenula dovesse essere un tecnico.

ADESSO, il ‘politico puro’ vuol rimettere assieme i cocci del Pd. Un partito di cui sa vizi (molti) e virtù (poche) avendo lavorato con Piero Fassino, Walter Veltroni, Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani, Matteo Renzi. No, Massimo D’Alema mai. Oltre ai Giovani Turchi, la sua corrente (guidata da Matteo Orfini), ormai sgretolatasi. Per lui il Pd deve avere la sua «Bad Godesberg», cioè cambiare radicalmente, recuperare quel che si è rotto: «Un senso di comunità», come disse al nostro giornale a settembre. Molti i suoi sponsor: da Giorgio Napolitano a Emanuele Macaluso (per parlare della vecchia guardia); dagli ex-dc agli ex-bersaniani, ma, in fondo, anche, a un antico dalemiano ora saldamente indipendente: l’ex tesoriere Ugo Sposetti. Che non conferma di averlo nominato suo erede, eppur capace di sussurrare un affettuosissimo: «È un mio figlioccio, je vojo bbene...».

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