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“Il mio amico Falcone”

SORRIDE. Aspira con voluttà infinita un po’ di dolce veleno dalla sigaretta. E ricorda: «Giovanni amava nuotare. Che bracciate. Una volta si buttò in mare. E, dietro di lui, la scorta. Andava talmente forte che se lo persero. Giovanni era un puntino lontano, in mare aperto. I ragazzi che dovevano proteggerlo, preoccupati, chiamarono la Capitaneria. Che risate ci facemmo..».

Pausa.

Giuseppe Ayala, uno degli eroi antimafia, pubblico ministero al maxi-processo (Falcone era giudice istruttore), politico di governo con Prodi e D’Alema, sorride. Difficile trovarlo di cattivo umore. Però, l’emozione del ricordo è sempre lì. Nel cuore. Anche a distanza di 25 anni da quel maledetto giorno di maggio del 1992? «Sì. Ma sa quante volte vedo una cosa e mi sorprendo a dire ‘questa la devo raccontare a Giovanni?’. Tante, forse troppe volte...».
Amici oltre che colleghi.
«Amicissimi. Da subito. Settembre 1981. Io sono appena arrivato a Palermo. Vado a prendere un caffè con Alfredo Morvillo, altro mio carissimo amico. Al bar del Palazzo di Giustizia troviamo Falcone. Noto, non ancora famoso. Si parla. Gli chiedo lumi su alcuni meccanismi di mafia. Giovanni mi invita a andare nel suo ufficio per approfondire le questione e...».
E da lì nasce l’amicizia.
«Una prima scintilla. La... consacrazione si ha a cena. Lì, Giovanni venne con la sua compagna, Francesca Morvillo, la sorella di Alfredo che era il padrone di casa».
Amore a prima vista.
«Al di là della battuta, è così. Si crea qualcosa di solido. Anche, ovvio, sulla base del famoso ‘comune sentire’. A lui piacevano le mie capacità affabulatorie. L’ironia. Io gli invidiavo il self control».
Si sarà arrabbiato anche lui.
«Mai sentito alzare la voce».
Giuri.
«Giuro».
Parlavate solo di Cosa Nostra.
«Avete un’immagine bizzarra dei magistrati. (ride fragorosamente e tossisce: si è acceso un’altra sigaretta). Parlavamo di amenità...».
Di football.
«No, non gliene fregava nulla. Era maniaco della musica. Un melomane. Anche troppo. Teneva una Messa per Requiem fissa in sottofondo. E io: ‘Giova’, si cambia?’».
Giorni fa, in un incontro a Scandicci del Liceo scientifico Castelnuovo davanti a centinaia di studenti, ha detto che la mafia è in rianimazione...
«Noooooo. Ho detto una cosa ben diversa: non è che se non spara da 25 anni, vuol dire che è morta. Ma ha capito che lo stragismo era perdente. Quei maledetti son tornati alla tradizionale strategia del non comparire. Non è in piena salute, certo. Ma il ‘silenzio armato’ non è sinonimo di debolezza, chiaro?».
Lei cenava con Falcone?
«Certo, spesso. Con le scorte che avevamo era impossibile andare, che so, al cinema. Stavamo a casa».
Eravate due comunisti...
(la risata stavolta è omerica). «Ma nemmeno per idea! Laici. Certo, Berlinguer era notevole. Una volta lo votammo. Ma comunisti, no. Di sinistra, sì».
Borsellino era di destra.
«Negli ultimi anni assai di meno. Scherzavo: Giovanni ci copre a sinistra. Paolo a destra».
Poi lei si buttò in politica.
«Ero molto titubante. Mi incoraggiò Falcone».
Mai soli a parlare davanti a un bicchiere di bianco di Sicilia?
Ayala sorride: «Impossibile».
Era astemio?
«No. Reggeva benissimo l’alcol. Ma beveva solo whisky...».

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