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Bersanemi

IL SENSO di Bersani per la metafora? Si affina ogni giorno. Tanto che distinguere fra l’originale e l’imitazione (Maurizio Crozza, ovviamente) è esercizio sempre più arduo. Il dubbio assale: ma è veramente l’ex leader del Pd a parlare o il comico? Fatte le opportune verifiche e al netto di possibili errori su cui il lettore vorrà generosamente sorvolare, in un’intervista rilasciata al ‘Fatto’ ne infila una dietro l’altra: «Lo dico a tutti i miei compagni: non accontentatevi del piccione in mano, andiamoci a prendere il tacchino»; «E poi c’è la metafora: il maiale è tutto di prosciutto»; il finale col botto (a proposito dello scioglimento di Mdp) «Pisapia non l’ha mai chiesto, ma non si possono sciogliere nell’acido i mattoni se non hai ancora la casa».

CERTO, i «bersanemi» – la definizione è di Umberto Eco che vergò da par suo un articolo nel 2012 – sono un vero e proprio genere letterario. Sì, proprio così: letterario. Se ne era accorto, correva il 2009, anche il professor Miguel Gotor non ancora assurto al ruolo di spin doctor di Pier Luigi: con le sue metafore su osterie, trattorie, pompe di benzina, animali, bocciofile, bar di paese ove bere un buon bicchiere di rosso (o più buoni bicchieri), Bersani «sembra – scrisse lo storico – rivolgersi a una platea di cattolici e socialisti dell’Ottocento al punto che il pubblico che lo ascolta si sente come estraniato, quasi fosse in un museo davanti a un quadro di Pellizza da Volpedo». Bersani replicò a colui che sarebbe diventato «il Grande Puffo di Gargamella Bersani» con tutto un ragionamento semantico senza metafore. Molti passaggi memorabili. Questo su tutti: «Un partito che sappia dire qualcosa di concretamente nuovo al Paese e che possa attingere a un sistema concettuale ed emozionale precedente alla proposta politica e programmatica». Che cosa poi esattamente volesse dire in pochi lo capirono. In effetti Gotor stesso aveva scritto: «Che cosa dice Bersani è chiaro, come lo dice no».

E gli esempi potrebbero essere mille: «Non è che puoi fare una scarpa e una ciabatta»; «Ci hanno levato la briscola e siam rimasti col due in mano»; «Difficile rimettere dentifricio nel tubetto»; «Se bevi l’acqua non dimenticarti di chi ha scavato il pozzo». Con i celeberrimi «siam mica qui a smacchiare il giaguaro» (2013: elezioni della «non vittoria» di Bersani con conseguente sconvolgimento del Pd) o (2011) «non è che siam qui a pettinare le bambole o asciugare gli scogli». Probabilmente, il top, sommesso parere, lo raggiunse con il «c’è tanta gente che preferisce un passerotto in mano che un tacchino sul tetto». In tanti pronunciarono un popolarissimo «boh». Anche perché il Nostro ha sempre rivendicato il suo uso spregiudicato delle metafore. Non scandite a caso. «Il problema però – afferma serio serio uno che stava con lui nell’era pre-renziana – è che con tutte ’ste metafore si perde il filo».

GIÀ, la domanda sorge spontanea: fra giaguari, leopardi, tacchini, pompe di benzina, passerotti, tacchini, bambole, scogli, scarpe, ciabatte, mele eccetera, la politica dov’è? Non è stata un po’ trascurata? Come se una mucca (magari quella «nel corridoio che bussa alla porta») non desse latte. Una pecora non producesse lana. Un movimento politico si sciogliesse prima ancora di nascere...

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