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	<title>Il lato €</title>
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	<description>Tweet di vita, economia e frasi fatte</description>
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		<title>Mal francese, mezzo gaudio (Chi comanda in Europa)</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 12:41:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Giacomin</dc:creator>
		<category>Cronaca</category>

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		<description><![CDATA[La Francia di nuovo in recessione, la Germania fallisce il rimbalzo, l’Italia inanella il settimo trimestre consecutivo con il Pil in calo. Complessivamente il Pil complessivo dei 17 paesi dell’eurozona è sceso dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti, l’1% su base annua. Questi i dati: Parigi ha segano un -0,2% del Pil, secondo trimestre [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La Francia di nuovo in recessione, la Germania fallisce il rimbalzo, l’Italia inanella il settimo trimestre consecutivo con il Pil in calo. Complessivamente il Pil complessivo dei 17 paesi dell’eurozona è sceso dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti, l’1% su base annua. Questi i dati: Parigi ha segano un -0,2% del Pil, secondo trimestre consecutivo in calo. Berlino deve accontentarsi di un +0,1% che segue al -0,7% di fine 2012. Roma , secondo l’Istat, vede il Pil in calo dello 0,5% dai tre mesi precedenti. Settimo calo calo consecutivo che segna un record negativo assoluto, e un meno 2,3 per cento su base annua, il quarto calo più forte dopo Grecia, Cipro e Portogallo. Ciò che i più avveduti avevano segnalato da tempo non sospetto inizia a essere registrato dalle statistiche: non ci si salva da soli. L’illusione tedesca si è infranta. L’auspicio è che il mal comune mezzo gaudio consenta di accelerare verso un’Europa ritrovata. Che, magari, riparli di eurobond, non confonda il doveroso rigore con le punizioni morali, riparli di crescita e di futuro. Non è chiedere troppo.</p>
<p>La recessione europea impone in particolare tre analisi che riguardano le politiche di rigore e austerità. Il ruolo dei paesi forti. La struttura stessa dell’Unione europea. </p>
<p><strong>Primo,</strong> le politiche economiche: la grande crisi e le necessità di partiti, politici ed economisti sta facendo passare rigore e austerità come sinonimi. Non lo sono, ovviamente: avere conti rigorosi e strozzare l’economia non sono obiettivi contrapposti. L’Italia ne è un esempio: il rigore è stato pagato dall’economia reale ed è diventato austerità e recessione, ma lo Stato non è dimagrito di un grammo. Anzi, il debito pubblico è aumentato.</p>
<p><strong>Secondo</strong>: il ruolo dei paesi forti. Essere grandi dovrebbe comportare anche il dovere di essere leader, di portare con sè il vecchio continente e di lavorare anche per gli altri. E’ il ruolo per eccellenza di paesi come la Germania o la Francia. Ma la prima, oggi in posizione di grande forza, ha rinunciato e sta rinunciando a farlo. Forse quando finirà la lunga campagna elettorale tedesca &#8211; di elezione in elezione &#8211; qualcosa si muoverà anche a Berlino. Forse. Per ora non consola guardare una vecchia foto di metà anni ’80, Mitterrand e Kohl si danno la mano di fronte al monumento ai caduti di Verdun, luogo di una delle battaglie più sanguinose della Grande Guerra. E’ un segno di pace. Immaginare oggi Hollande e la Merkel in un’analoga icona è esercizio impossibile.</p>
<p><strong>Terzo punto:</strong> la struttura europea. L’Europa è cresciuta ed è diventata quella che oggi conosciamo in parte per l’iniziativa politica degli stati membri, ma soprattutto per la spinta ricevuta dalla commissione europea. Basta ricordare il libro bianco di Delors, per esempio. Oggi tutto appare nelle mani dell’Eurogruppo e dell’Ecofin, cioè dei capi di Stato e di Governo, e dei ministri dell’economia e delle Finanze: ciascuno dei quali, ovviamente, ha di certo la testa in Europa, ma le mani nelle proprie tasche, bucate o meno che siano. La commissione sembra perlo più avvallare o tacere. Le inziative del Parlamento europeo sembrano più affidi morali che attività normative. E’ evidente che qualcosa non funziona. L’unica istituzione europea dotata di poteri e capace di interventi autonomi è la Bce, soprattutto sotto la guida di Mario Draghi. E’ molto, moltissimo. Forse non abbastanza.</p>
<p>Ps: nessuno parla più di eurobond, nessuno parla più di spread. L’estate sta arrivando. Occhio agli acquazzoni.</p>

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		<title>Il paziente inglese (seconda parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 09:06:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Giacomin</dc:creator>
		<category>Cronaca</category>

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		<description><![CDATA[I conservatori inglesi oggi dovrebbero presentare unab ozza di una proposta di legge che consenta ai britannici di esprimersi sulla parrtecipazione all’Unione europea. Nel 2017, solo nel 2017, ha assicurato il premier Cameron impegnato a contenere la montante onda degli euroscettici che, tra l’altro, dentro a Downing Street ha più di un autorevole esponente. La [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>I conservatori inglesi oggi dovrebbero presentare unab ozza di una proposta di legge che consenta ai britannici di esprimersi sulla parrtecipazione all’Unione europea. Nel 2017, solo nel 2017, ha assicurato il premier Cameron impegnato a contenere la montante onda degli euroscettici che, tra l’altro, dentro a Downing Street ha più di un autorevole esponente. La posizione espressa da Cameron è la seguente: l’Europa va cambiata. La vorremmo più consona agli interessi britannici. Proviamo a cambiarla e poi chiediamo una volta per tutte ai britannici se la vogliono o no. Come sia un’Europa unita più britannica è facile da intuire: è quanto di più lontano si possa immaginare da un’integrazine maggiore, figuriamoci dagli Stati Uniti d’Europa. Le stesse posizioni dei conservatori inglesi sono note, almeno da quando Margareth Tatcher pronunciò una frase rimasta nella storia delle relazioni tra il Regno Unito e l’isolotto di fronte (il vecchio continente): i want my money back, rivoglio i miei soldi. Ritenere che la Gran Bretagna debba uscire in quattro e quattrotto, però, rischia di essere troppo sbrigativo: prima di essere un socio fondatore dell’Unione europea, è anche sede dell’unico mercato finanziario di dimensioni globali. Ed è un paese che ha fatto la storia d’Europa. Col paradosso che, anche con il referendum, si candida a tracciare una rotta &#8211; per quanto discutibile &#8211; con la quale gli altri partner europei dovranno fare i conti. I leader dell’Ue e soprattutto quelli dell’Eurozona, di fronte al referendum britannico, hanno l’occasione di dimostrare le loro capacità di leader ribaltando il tavolo: l’Europa la cambiamo noi, poi la Gran Bretagna decida. Ma con i chiari di luna degli ultimi anni la storia è probabile che parlerà inglese.</p>

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		<title>Tasse e debiti in convento</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 11:13:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Giacomin</dc:creator>
		<category>Cronaca</category>

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		<description><![CDATA[Chi ha ancora un lavoro affronta di solito il lunedì mattina andando in cantiere, in ufficio, in fabbrica, in ospedale, a scuola o nei campi. Incontra i colleghi, fa riunioni, vede un preside o un primario, prepara concimi, scarica patate. E, nel frattempo, fa squadra.  Il governo, per affrontare quella che dovrebbe essere routine, va [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Chi ha ancora un lavoro affronta di solito il lunedì mattina andando in cantiere, in ufficio, in fabbrica, in ospedale, a scuola o nei campi. Incontra i colleghi, fa riunioni, vede un preside o un primario, prepara concimi, scarica patate. E, nel frattempo, fa squadra.  Il governo, per affrontare quella che dovrebbe essere routine, va in convento a sbrogliare ciò che normalmente potrebbero fare i minsitri stando nei ministeri. Vabbp, non è un bel vedere, ma sperare che porti a qualcosa oltre alle chiacchiere non costa nulla. Costa, invece, ridurre le tasse. E non può essere diversamente visto che dall’agenda delle priorità continua a essere concretamente assente la madre di tutte le manovra. Quella senza la quale qualsiasi provvedimento o riforma viene costruita sulla sabbia: la riduzione del debito pubblico, la dieta dello Stato.</p>

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		<title>Letta-Kerry: più libero scambio tra Usa e Ue</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 14:18:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Giacomin</dc:creator>
		<category>Cronaca</category>

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		<description><![CDATA[John Kerry, sottosegretario di Stato degli Stati Uniti, ed Enrico Letta, presidente del Consiglio italiano, si sono incontrati a Roma. Le agenzie riportano, tra le altre cose, un auspicio sottoscritto da entrambe: Ue e Usa debbono procedere rapidamente sulla strada del Trade transatlantic investment partnership, l’area di libero scambio tra Europa Stati uniti. E’ un [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>John Kerry, sottosegretario di Stato degli Stati Uniti, ed Enrico Letta, presidente del Consiglio italiano, si sono incontrati a Roma. Le agenzie riportano, tra le altre cose, un auspicio sottoscritto da entrambe: Ue e Usa debbono procedere rapidamente sulla strada del Trade transatlantic investment partnership, l’area di libero scambio tra Europa Stati uniti.</p>
<p>E’ un tema importante, già affrontato molte volte in questo blog. Riflessioni che ripropongo<br />
Un mercato transatlantico integrato, tra Unione europea e Stati Uniti d’America, costruito eliminando, secondo un calendario vincolante, tutte le tariffe sulle merci scambiate attraverso l’Atlantico e liberalizzando servizi, investimenti e mercati di approvvigionamento. E’ il primo punto di una serie di suggerimenti contenuti in un rapporto elaborato da cinque grandi pensatoi europei che ha il merito di lanciare la sfida per rinnovare il capitalismo transatlantico in un’epoca nella quale vecchio e nuovo continente sembrano interessati soprattutto a inseguire l’Oriente che galoppa con crescite a due cifre. Paesi che &#8211; lo si dimentica spesso — hanno costruito le loro fortune replicando, con le dovute proporzioni, un pezzo del modello inventato da Europa e Stati Uniti: libero mercato e, molto meno, democrazia liberale.<br />
Valori comuni che sono la base della storica alleanza tra vecchio e nuovo Continente e che, proprio di fronte alla crisi, potrebbero essere le fondamenta su cui ricostruire la ripresa. A patto di realizzare una buona manutenzione.<br />
Alcuni numeri per capire l’importanza della posta in gioco: Europa e Stati Uniti — sostiene lo studio redatto da Pawel Swieboda e Bruce Stokes e curato da demosEUROPA, Centre for European Strategy (Warsaw), the German Marshall Fund of the United States (Washington DC), Notre Europe (Paris), Stiftung Wissenschaft und Politik (Berlin) and European Policy Centre (Brussels) — rimangono reciprocamente i partner più importanti per il commercio e gli investimenti: ogni anno attraversano l’Atlantico merci per oltre 600 miliardi di dollari, gli investimenti diretti americani in Europa sono 1,9 trillioni di dollari e queli europei negli States sono oltre 1,7. Tre milioni di europei lavorano per società americane in Europa e tre milioni di americani lavorano per imprese europee negli Stati Uniti. Il rapporto — che potete scaricare dal sito di Notre Europe — è molto complesso. Mi limito a riportare alcune considerazioni relative a uno dei suggerimenti proposti a riguardo della costruzione un’area di libero scambio transatlantico: uno studio del 2010 dell’European Center for International Political Economy di Bruxelles stimava che l’eliminazione reciproca dei vincoli tariffari avrebbe fatto crescere l’export americano in Europa del 17% e l’export europeo in America del 17%. Gli effetti sul Pil — aggiungendo i guadagni della liberalizzazione dei servizi — sarebbe dello 0,47% nell’Ue e dell’1,33% negli Usa.</p>

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		<title>Festa d&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2013 18:33:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Giacomin</dc:creator>
		<category>Cronaca</category>

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		<description><![CDATA[Il 9 maggio 1950 il ministro degli Esteri francese, Robert Schuman, nel Salon de l’Hrloge pronuncerà un discorso destinato a passare alla storia come “dichiarazione Schumann”. E’ l’atto di nascita della Comunità europea del Carbone e dell’acciaio. E’ l’inizio della storia che porterà alla nascita dell’Unione europea che oggi conosciamo. Leggete queste parole: La pace [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il 9 maggio 1950 il ministro degli Esteri francese, Robert Schuman, nel Salon de l’Hrloge pronuncerà un discorso destinato a passare alla storia come “dichiarazione Schumann”. E’ l’atto di nascita della Comunità europea del Carbone e dell’acciaio. E’ l’inizio della storia che porterà alla nascita dell’Unione europea che oggi conosciamo. Leggete queste parole:<br />
<em></em></p>
<p><em>La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.</em><br />
<em></em></p>
<p><em>Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. </em></p>
<p><em>La Francia, facendosi da oltre vent’anni antesignana di un’Europa unita, ha sempre avuto per obiettivo essenziale di servire la pace. L’Europa non è stata fatta : abbiamo avuto la guerra.</em><br />
<em></em></p>
<p><em>L’Europa non potrà farsi un una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; </em><em>essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto</em>.</p>
<p>Sono valide ancora oggi, festa dell’Europa che si celebra il 9 maggio proprio per ricordare la Dichiarazione Schuman. Rileggete l’ultima frase: L’Europa non potrà farsi un una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto. Quanta strada resta da fare.</p>

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		<title>La nuova economia di Salvatore Rossi</title>
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		<pubDate>Tue, 07 May 2013 12:48:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Giacomin</dc:creator>
		<category>Cronaca</category>

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		<description><![CDATA[Salvatore Rossi è il nuovo direttore generale della Banca d&#8217;Italia. L&#8217;economista non ha bisogno di presentazioni, certo non della mia. Ma un minuscolo personale ricordo ce l&#8217;ho e vorrei condividerlo. Dieci anni fa, nel pieno della crisi della new economy, Rossi &#8211; allora direttore del centro studi della Banca d&#8217;Italia,  scrisse un saggio intitolato &#8220;La [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Salvatore Rossi è il nuovo direttore generale della Banca d&#8217;Italia. L&#8217;economista non ha bisogno di presentazioni, certo non della mia. Ma un minuscolo personale ricordo ce l&#8217;ho e vorrei condividerlo. Dieci anni fa, nel pieno della crisi della new economy, Rossi &#8211; allora direttore del centro studi della Banca d&#8217;Italia,  scrisse un saggio intitolato &#8220;<a href="http://www.mulino.it/edizioni/volumi/scheda_volume.php?vista=scheda&amp;ISBNART=09287">La nuova economia</a>&#8221; che fu, per me, una bussola per capire anni nei quali il mondo dell&#8217;informazione, della finanza e dell&#8217;economia si spaccava facilmente in due: quelli del &#8220;è tutta una bolla&#8221; e quelli del &#8220;il futuro sarà solo del web&#8221;. Il libro di Rossi, serio e documentato, mi soccorse nel sfuggire a tutti i luoghi comuni. Ebbi anche la fortuna di presentarlo a Bologna, all&#8217;Alma mater, insieme all&#8217;autore. Lo ricordo nell&#8217;occasione della sua nomina anche per un altro motivo: alcuni mesi fa, in vista della partecipazione a un convegno sul giornalismo on line a Varese, l&#8217;ho rilessi e lo riproposi trovando la sua attualitò ancora straordinaria. La mia personale chiave di lettura del saggio &#8211; vado a memoria &#8211; risiede in particolare in un passaggio, questo: per capire se una scoperta scientifica o un&#8217;innovazione tecnologica possano produrre una rivoluzione industriale occorre tempo. Occorre capire se l&#8217;innovazione o la scoperta usciranno dal loro ambito e riusciranno a permeare tutti gli altri settori della produzione, della società e della vita quotidiana. Era ancora presto &#8211; sosteneva dieci anni fa &#8211; per dire se la rivoluzione informatica possa essere giudicata realmente tale avendo solo sessantina di anni alle spalle. Chissà cosa pensa oggi, mi piacerebbe saperlo e chiederglielo. Sarà difficile, ma se ne avrò l&#8217;occasione lo farò. Intanto parliamone: Internet, è vera gloria?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo è l&#8217;abstract del saggio edito dal Mulino:</p>
<p>Nuove tecnologie e potenziale di sviluppo del sistema produttivo italiano nella prima ricerca empirica sulla diffusione della tecnologia dell&#8217;informazione in Italia.</p>
<p>La Nuova Economia, dopo essere stata uno slogan di successo, ha finito per essere relegata tra i miti infranti, travolta dalla caduta dei valori di borsa. Questo libro, basato su una ricerca condotta nella Banca d&#8217;Italia, fa il punto sulla Nuova Economia, verificando come dietro l&#8217;etichetta possano celarsi fatti precisi, osservabili, quantificabili, pur con difficoltà, e soprattutto interpretabili con gli strumenti propri dell&#8217;analisi economica. Vi è Nuova Economia là dove l&#8217;intero sistema produttivo, incluse le imprese appartenenti ai settori tradizionali, acquisisce le tecnologie che si vanno diffondendo in tutto il mondo (prime fra tutte le cosiddette &#8220;tecnologie dell&#8217;informazione e della comunicazione&#8221;) e le usa per organizzare in modo &#8220;nuovo&#8221; la produzione, così accrescendo la produttività e l&#8217;efficienza complessiva. Gli Stati Uniti si muovono in tale direzione già dalla metà degli anni Novanta. Dal canto loro, l&#8217;Europa e l&#8217;Italia stanno seguendo l&#8217;esempio americano? E, se sì, a quali condizioni un diverso paradigma produttivo, basato sulle nuove tecnologie, può diffondersi anche da noi? Secondo gli autori, la Nuova Economia rappresenta per il nostro paese un&#8217;opportunità di modernizzazione e di maggiore sviluppo, ma non è uno sbocco certo: perché si realizzi occorrono scelte imprenditoriali e politiche economiche consapevoli e coraggiose.</p>

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		<title>Una fuga in avanti</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2013 08:59:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Giacomin</dc:creator>
		<category>Cronaca</category>

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		<description><![CDATA[LA VIA dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Così, le parole del ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge sulla cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia e sull’immigrazione clandestina, hanno sollevato un polverone del quale non hanno bisogno né l’Italia né un governo nato con un mandato preciso: crescita economica, lavoro, riforme istituzionali. Un polverone [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>LA VIA dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Così, le parole del ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge sulla cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia e sull’immigrazione clandestina, hanno sollevato un polverone del quale non hanno bisogno né l’Italia né un governo nato con un mandato preciso: crescita economica, lavoro, riforme istituzionali.<br />
Un polverone che rischia di instradare la ricerca di una scelta di civiltà e la soluzione di un problema reale, delicato e importante come quello dell’immigrazione, sui binari ciechi della contrapposizione ideologica. Da una parte e dall’altra. Una fuga in avanti umanamente condivisibile ma politicamente sbagliata al punto da rischiare di innestare una retromarcia su un terreno che, senza strappi ma con molta fatica, ha da tempo registrato passi in avanti tra i partiti. Anche grazie alle parole spese dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in più occasioni. PAROLE chiare, queste: «Mi auguro — disse — che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri. Negarla è un’autentica follia, un’assurdità». Senza strappi, senza anticipazioni tv, senza assoldare Balotelli prima del tempo: in Parlamento, appunto. Il paese è maturo, le forze politiche sapranno dimostrarsi all’altezza e difficilmente potranno permettersi di deludere il Presidente che hanno rieletto. Ma la realtà impone riflessioni che non possono riguardare solo la carta d’identità. Il nostro è un paese che sul tema della sicurezza e sul controllo dei flussi migratori ha fallito più volte. Un paese colabrodo che non si è dimostrato spesso all’altezza dell’accoglienza che ha promesso.<br />
È UN paese che oggi è in crisi profonda, che non cresce e che non ha lavoro da offrire né agli italiani né agli stranieri. Allo stesso tempo è un paese che è obbligato a fare i conti con immigrati che stanno da anni in Italia, lavorano, pagano le tasse, sostengono economia e welfare, e possono dare prospettiva a un’Italia che non fa figli e invecchia. Questi conti si fanno consolidando i diritti e anche parlando di cittadinanza. Magari semplicemente per cambiare una legge, quella attuale, che stride ormai con la realtà senza necessariamente abbracciare integralmente lo ius soli: principio in base al quale si acquisisce automaticamente la cittadinanza del paese nel quale si nasce dal momento in cui si viene al mondo. Nessuna persona di buon senso può negare la cittadinanza in tempi ragionevoli a chi, immigrato, vive e lavora regolarmente da vent’anni in Italia. O ai suoi figli. Ci sono bambini e ragazzi, figli di immigrati, che vanno a scuola con i figli degli italiani, parlano bolognese con la essssse, toscano senza la c, il milanese come il bergamasco. Tifano viola, rossoblù, bianconero. Come glielo spieghi che non sono italiani? Come glielo spieghi, soprattutto ai tuoi figli? Poi, però, c’è l’altra faccia della medaglia: la paura e l’insicurezza indotti, per esempio, da quegli episodi di criminalità che coivolgono cittadini stranieri, irregolari, persone che non sono state espulse quando da tempo non dovrebbero essere più qui. Tutto questo forma un mosaico fragile che può essere maneggiato solo a una condizione affinché non vada in frantumi: con sobrietà. Senza buonismi e retorica. Senza guerre ideologiche sulla pelle dei bambini. Anche di quelli italiani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Publicato su Qn il 6 maggio 2013</p>

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		<title>Semplice (mai troppo)</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 09:35:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Giacomin</dc:creator>
		<category>Cronaca</category>

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		<description><![CDATA[Questa mattina mia moglie e io siamo andati a chiudere un conto corrente che non usiamo più. Nulla di cui lamentarsi, nessun disservizio: non ci serve, tutto qui. Un’operazione semplice, utile a capire da dove questo paese potrebbe rimettersi in moto. La chiusura del conto &#8211; che non era in una banca ma in una società sostanzialmente statale [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Questa mattina mia moglie e io siamo andati a chiudere un conto corrente che non usiamo più. Nulla di cui lamentarsi, nessun disservizio: non ci serve, tutto qui. Un’operazione semplice, utile a capire da dove questo paese potrebbe rimettersi in moto. La chiusura del conto &#8211; che non era in una banca ma in una società sostanzialmente statale — ha comportato “solo” un’oretta abbondante di scartoffie:  a consegna di documento di identità e di codice fiscale di entrambe, è seguita la compilazione a mano da parte dell’impiegata di 5-6 moduli contenenti tutte più o meno le stesse informazioni. Firme e controfirme. Tutte operazioni necessarie oltre ogni ragionevole dubbio: c’era da restituire il libretto degli assegni (mai usato), da saldare le spese di gestione, da tagliare la tesserina per lo sportello automatico e così via. Tutto scritto in calligrafia, timbrato e consegnato in una mezza mattina &#8211; tra fila d’attesa e operazione &#8211; volata via. Il punto è questo: se io mi presento fisicamente a uno sportello, consegno i documenti di identità, certifico che quel conto, con le mie generalità, è mio, non dovrebbe bastare una firma per liberare il cliente in pochi minuti? Non era il paese che aveva annunciato semplificazioni e autocertificazioni? A maggior ragione se il cliente non chiede soldi, semplicemente chiude una pratica che gli appartiene. Moltiplicate la perdita di tempo e di lavoro di una semplice operazione come questa per le migliaia di pratiche che ogni giorno si svolgono in uffici pubblici o semipubblici, dategli un valore in euro, dividete per due e sottraete la cifra ottenuta dal debito pubblico. Potreste scoprire numeri soprendenti (anche per difetto) e che la ricetta per rendere l’Italia più competitiva potrebbe essere molto più semplice di quanto si creda. Partendo dalle cose semplici: come chiudere un conto corrente.</p>

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		<title>Rimetti a noi i nostri debiti</title>
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		<pubDate>Thu, 02 May 2013 11:13:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Giacomin</dc:creator>
		<category>Cronaca</category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>Tra i tanti conti che faticosamente stanno tornando - grazie a Napolitano &#8211; e a un governo Letta che sta procedendo con cautela su una strada che pare essere quella giusta, c&#8217;è un conto che non torna ancora: il debito. Duemila miliardi di debito pubblico erano e sono la malattia dalla quale l&#8217;Italia è afflitta. Senza scavare quella montagna non c&#8217;è cura che tenga: la paletta &#8211; o la ruspa &#8211; per affrontare l&#8217;impresa non è necessariamente costruita con misure recessive. Anzi. L&#8217;austerità e il rigore dei conti non sono nemici della crescita, sono i suoi migliori fertilizzanti. Perché diminuire il debito pubblico si sia rivelato come svuotare il mare con un secchiello è un altro discorso. Attiene alla peggiore politica, non al bene del paese. Ma nessuno rimetterà a noi i nostri debiti.</p>

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		<title>Napolitano</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Apr 2013 16:55:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Giacomin</dc:creator>
		<category>Cronaca</category>

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		<description><![CDATA[L’Italia per i mercati oggi vale più di ieri. La rielezione di Giorgio Napolitano ha dato spinta alla Borsa e compresso lo spread.  Il discorso di insediamento del presidente della Repubblica andrebbe insegnato nelle scuole e mandato a memoria. Un uomo di Stato.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia per i mercati oggi vale più di ieri. La rielezione di Giorgio Napolitano ha dato spinta alla Borsa e compresso lo spread.  Il discorso di insediamento del presidente della Repubblica andrebbe insegnato nelle scuole e mandato a memoria. Un uomo di Stato.</p>

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