Il trionfale inno “heatherparisiano”. E vai col tirockerò, ti choccherò, sarò solo la tua pupa rock. Intanto, dal radiolone Philips (a due casse) uno stacco pedestre e traumatico fa cessare la sigla dello “spettacolo”. E noi, vestiti con la roba dell’Upim, usciamo dal sipario: un lenzuolo un po’ rinacciato e naftalinico, che scorre su una corda per i panni. Giù inchini, l’applauso di zii, genitori e nonni, costretti a quel pietoso rito annuale, e il circense e goffo nostro saggio aveva inizio.
La diabolica mente del “porchettone”, così abbiamo battezzato poi le elucubrazioni creative della nostra adolescenza, era mia sorella Laura, che, tra copioni di vecchie recite scolastiche dalla morale risorgimentale e buonistici testi delle favole sonore, ci dava in pasto ai parenti, compiaciuti di quella grottesca esibizione. Però, su quell’Ariston della Gorga, budello sbrecciato della frazione San Rocco, territorio di Candelara, a sua volta frazione di Pesaro, non mancava nulla: c’erano le stragnocche (le mie sorelle e cugina), gli zimbelli (io e mio fratello) e i predicatori dell’ultim’ora (mio fratello Guido).
Gli abiti? Altro che strascichi. Dai bustoni fruscianti di Fiordelmondo (il negozio per bimbi di Pesaro), come da un cilindro del mago Silvan, fuorisciva ogni sorta di scialle della nonna quando era giovane e bella a Macerata, camiciole di zia Anna coi bottoni d’oro degli anni Cinquanta e favolose Lacoste dei cugini bolognesi. Quello era il guardaroba del nostro Ariston. I culi di fuori (e qualcos’altro) ancora non c’erano: eravamo bimbi e allora le nudità erano solo nelle fantasie remote e represse. Eppure, su quel palco di campigiana, non mancava nulla: c’era la voce della grande Heather, l’entusiasmo, voci recitanti e cantanti e persino scalette che Laura scriveva tre mesi prima, bacchettandoci se non s’imparavano a menadito. Lo “spettacolo” aveva il suo clichè: le sigle, le entrate trionfali, le sdolcinature alla Morandi. Una sagretta di paese o di parrocchia. Come Sanremo. Solo che allora ci riprendeva il babbo con la super 8 e il contribuente non pagava una lira. Sì, come Sanremo. Perché attorno a noi c’era (e c’è) un giardino d’oleandri, pini, ibiscus, belle di notte, rose, lavande.
Altro che città dei fiori. Mancava la volgarità, quella sì. Mancavano le chiappe al vento, quelle certo. E mancavano anche le badanti dai nomi orientali. Il massimo d’est che potevamo offrire era il nome di Elena, mia cugina, ma veniva da Siena e sarebbe stato troppo a ovest per i gusti bassi del popolino. Sì, eravamo meno di Sanremo ma avevamo anche un “quid”. Il “porchettone” era come Sanremo. Un altro spettacolo orrendo d’Italia. Coi nostri peggiori lati (e quelli “B” non erano neanche italiani) messi in scena. Finiamola con questa pagliacciata. Il canone è troppo serio per pagare Sanremo. Sapete che vi dico? Stasera mi riguardo i filmini del “porchettone”. Almeno il canone non lo pagherò, stavolta.