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La strada più difficile

Marco parla con me.
Ha litigato con lei.
Dice che non la chiamerà per chiederle scusa.
Che sarebbe un segno di debolezza, che fare la prima mossa ti mette sul gradino più basso, consegna potere all’altro che diventa avversario.
Dice che alzare il telefono vorrebbe dire arrendersi, dichiarare che sente la sua mancanza e soprattutto che ha bisogno di lei.
Non è solo una questione uomo-donna, Marco dice che fa così anche con i suoi amici.
Che non vuole piegarsi.
Marco sostiene che in un mondo come questo mettersi “a disposizione” dell’altro provoca abitudini poco sane, che poi rischierebbe di perdere la sua forza contrattuale.
Ascolto.
Un po’ questo discorso mi nausea. Cerco di capire cosa vuole dire Marco e un po’ lo capisco perché so che è molto facile cadere in quella dinamica di ragionamento. E’ molto più difficile mostrarsi dipendenti, concilianti, insicuri, è molto più difficile mettersi in discussione. Quindi, perché no, capisco cosa vuole dirmi Marco.
Poi, pensandoci bene mi viene da sorridere, un sorriso amaro però.
Perché io so bene cosa si perde Marco e so anche che ha scelto la strada più facile.
E a me, invece, capita sempre più spesso di stimare le persone che scelgono la strada più difficile