Le risposte a “crocetta”
Ieri ho sentito l’ espressione “ascensore sociale” che significava (non è più possibile parlare al presente) la possibilità per un figlio di avere un posto di lavoro, un titolo di studio e un posto nella società in crescita rispetto a quello dei propri genitori.
L’ “ascensore sociale” oggi non esiste più.
Ho sentito anche parlare del bisogno di rivalutare le professioni (e quindi anche i titoli di studio) “tecniche”, fare un buon lavoro di orientamento per far capire a genitori e figli che quando (Quando?) questa crisi passerà, sarà importante rivedere alcuni “concetti sociali” come per esempio il fatto che non occorre essere tutti laureati, ma che c’è e ci sarà bisogno di tecnici, di esperti, di operativi ben preparati.
Da questo discorso si è passati subito alla teoria sul numero chiuso nelle Università e alla selezione all’ingresso.
Sono assolutamente contraria al numero chiuso nelle Università.
Certamente, fino a che si lega il titolo di studio alla professione, dati alla mano, si va incontro alla delusione del vedere troppi giovani che una volta laureati non riescono a fare il lavoro per cui hanno studiato (sto parlando di tempi normali dove c’è la possibilità di impiego non dei giorni nostri in cui gli unici dati alla mano sono quelli della disoccupazione).
Ma lo studio, l’Università, la cultura, l’imparare a pensare, a rielaborare, a comprendere il mondo possono e dovrebbero anche non aver a che fare necessariamente con il lavoro svolto, felicemente, da una persona.
Su quali test di ingresso si basano le selezioni all’Università ? Personalmente non credo assolutamente ci sia un nesso tra quella che si intende per “cultura generale” (spesso diventa gossip) e la passione, l’amore, la motivazione che un ragazzo di 19 anni può provare o pensa di provare verso una materia.
La vera selezione nelle Università, il vero motore di crescita di una Nazione, il vero passo di cambiamento si ha nella qualità degli studi compiuti. La selezione non deve essere fatta all’ingresso quando, ancora, un giovane non sa di cosa si tratta, di cosa realmente studierà (quando mi sono iscritta alla mia facoltà ancora non sapevo quali fossero le materie e gli argomenti bellissimi che mi avrebbero affascinato, dei professori che mi incantavano durante le loro lezioni e della possibilità di scambio e confronto che ho avuto con i compagni di studio), ma durante il percorso.
Bisogna richiedere impegno e qualità (certo la riforma non ha aiutato): quando sento che oggi un esame che si dava in un blocco solo viene fatto fare in tre piccoli esami dove ci sono dei test con risposte “a crocetta” mi chiedo quanto si sia svilito lo studio, la cultura, la capacità di rielaborazione. La “crocetta” non insegna a esprimersi, a parlare, a dire ciò che si pensa su quell’argomento, richiede uno studio mnemonico che porta a poco.
E non è colpa dei ragazzi se poi quando si laureano a pieni voti arrivano nelle aziende a fare uno stage e dimostrano di non sapere praticamente nulla di quel lavoro.
La selezione si fa pretendendo una totale e profonda conoscenza di ciò che si studia e una cura verso lo studente. Non studi? Non ti interessa? Non approfondisci? In quel caso verrai selezionato.
Selezionare in partenza crea dei frustrati, degli insoddisfatti, persone che non hanno potuto misurarsi con la realtà e soprattutto con se stesse, dando adito al pensiero “se fossi riuscito a fare l’Università forse sarebbe diverso” che dura tutta la vita.
Le opportunità vanno date a chiunque, è mentre ce le si gioca che si fa la selezione.