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Medicina difensiva, il chirurgo: evitare le denunce facili

Il chirurgo di un importante ospedale milanese riceve un avviso di garanzia. La ragazza operata di tumore allo stomaco non ce l’ha fatta e i familiari si sono rivolti in Procura. Lo specialista viene denunciato. L’assoluzione arriva quattro anni dopo. La storia di Pietro Bagnoli è ora un libro sulla medicina difensiva, Reato di cura edito da Sperling & Kupfer.

Dottore, quante controversie come la sua in Italia?
«La giustizia è intasata ogni anno da 30 mila cause di natura sanitaria. I fatti che racconto sono veri. Sono uno di quei medici che ha subito un processo inutile».

Che effetto producono inchieste come quella?
«Il medico è indotto a prescrivere accertamenti, analisi, anche per avere pezze d’appoggio. Io tenderei a farlo il meno possibile, ma tanti si cautelano anche così».

Un esempio?
«Un paziente giovane che è venuto da me aveva già fatto tre ecografie e una tac, più tanti esami del sangue, per un piccolo fastidio. Faccia lei i conti».

I suoi colleghi operano malvolentieri i casi più spinosi, a volte si tirano indietro.
«Questo è l’altro atteggiamento detto difensivo passivo, scanso i rischi per evitare grane».

Lo spieghi meglio
«Se un intervento particolarmente difficile va bene, nessuno ti dice grazie. Se va male, ti portano in tribunale. Istintivamente si vorrebbero evitare atti terapeutici rischiosi».

Lei come si regola?
«Io non ho perso l’amore per il paziente, continuo a operare i casi più complessi. Mai rifiutato nessuno».

Come usciremo da un simile groviglio?
«Cambiando le regole. Dobbiamo passare a una medicina basata su prove di evidenza».

Resta però la vecchia legge.
«E infatti vediamo perizie dove si può dire tutto e il contrario. La medicina in aula perde i connotati scientifici».

Quale potrebbe essere il prossimo passo?
«Occorre che l’Italia riconosca i criteri di cura accettati a livello mondiale».

Cosa accade invece oggi?
«C’è sempre gente strana appostata fuori dagli ospedali a fare pubblicità a studi legali e finanziari: faccia causa, con noi non paga, e se vinciamo ci dividiamo l’incasso. Succede».

Demoralizzato?
«Per noi medici, la notizia del processo è già una condanna, ma io non mollo».

Alessandro Malpelo, intervista pubblicata su QN Quotidiano Nazionale

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