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Il pediatra: per calmare i miei bimbi bastava un cioccolatino

C’era una volta la professione intesa come missione. Paolo Scorza, 86 anni, ha dedicato tutta la sua vita a guarire i piccoli malati, anche dopo la pensione ha continuato a ricevere chi gli chiedeva aiuto e consigli. Laureato a Bologna, a Ravenna dal 1969, ha diretto un reparto ospedaliero di pediatria in parallelo la cattedra universitaria.

Professore, davvero teneva i cioccolatini nel cassetto da regalare ai bambini?
«Ma certo, quando entri a contatto con il bambino devi avere mille accortezze, una dolcezza senza fine. Io raccontavo ai bimbi che i cioccolatini me li dava la befana da offrire ai bambini che si facevano visitare senza piangere».

Che orari facevano i medici come lei?
«Al mattino alle 6 e mezza. Intervallo di un’ora per il pranzo. Mai a casa prima delle 7 di sera. E tante volte il telefono mi svegliava di soprassalto nel cuore della notte, ma era un bene, sempre utile consultarsi, tra colleghi».

I turni sono pesanti ancora oggi, cosa è cambiato?
«Oggi andiamo meglio come attrezzature, farmaci ed esami diagnostici. Però ci sono tanti motivi di scontentezza tra chi lavora in ospedale, organici all’osso, dispersione di risorse, tante sedi da coprire notte e giorno».

E i bambini sono cambiati?
«Sono cambiati i genitori nel senso che molti non sanno accettare la malattia del figlio, sono in ansia, il medico deve essere talmente bravo e sensibile da fare lo psicologo della mamma e del papà». Le nonna tramandava rimedi dettati dall’esperienza, oggi c’è un abuso di antibiotici. «In generale è vero, si tende ad abusare di antibiotici, a volte ci si mette anche il medico, per tranquillità li prescrive anche quando non sarebbe strettamente necessario. E ci si è messa anche la meningite, le notizie suscitano allarme».

L’atteggiamento dello specialista è più accorto?
«I casi di meningite ci sono sempre stati, certo che oggi, di fronte a un bambino con la febbre alta e mal di testa, c’è un atteggiamento di grande attenzione».

Che ricordo ha della meningite?
«Era la malattia più temuta dal pediatra anche allora, la forma fulminante non dava tregua, vedevi un bimbo alla sera e dopo pochi minuti il corpo si copriva di macchie di sangue e andava a morire in poche ore».

La porpora meningococcica.
«Non c’era nulla da fare contro la sepsi. Oggi almeno c’è il vaccino».

Perché tanta fatica nelle vaccinazioni?
«Direi che ultimamente la lezione l’hanno capita. In passato c’erano resistenze da parte dei genitori, non volevano proteggere i figli dalla difterite, dal tetano, dalla polio, per non dire del vaiolo che è stato eradicato dalla faccia della Terra».

E lei come si poneva?
«Parlavo alla famiglia, raccontavo dei miei cinque figli e richiamavo un senso di responsabilità. C’erano gli irremovibili, in molti però si convincevano».

Lei ha salvato tante vite umane, si è dedicato pure al volontariato, oggi in pensione cosa prova?
«Ho fatto il pediatra perché mi piaceva. Ho ricevuto in ambulatorio fino a tre anni fa. Ancora oggi mi telefonano, ma non visito più. Ho sempre avuto un rapporto affettivo con i bambini e i loro genitori. Mi vogliono bene io ricambio».

Alessandro Malpelo, intervista pubblicata su QN Quotidiano Nazionale - IL GIORNO - il Resto del Carlino - LA NAZIONE

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