Firenze, 17 agosto 2012 – «...Tutti i giorni si nasce… / e tutti i giorni si muore. / Quando si nasce c'è la levatrice, / quando si muore… c'è il dottore. / – Preferisco la levatrice. / – Io no, il dottore...».
Sulla interpretazione di questa poesia da parte di Paolo Poli: nonostante pareri diversi e diversi accrediti agevolmente recuperabili (vedi tra i commenti al video in YouTube), confermiamo senza titubanza alcuna il giudizio già in precedenza espresso sulla lettura dei Fiori, e cioè unica, inarrivabile, perfetta (per l'esattezza, citando dal post relativo: «unica: magistrale, insuperabile, degna del genio di Palazzeschi»).
E ancora, a proposito dell'inaugurato gioco-torneo-rubrica degli autori vs attori, di cui a breve forniremo altra documentazione raccolta: avrebbe potuto plausibilmente reggere il confronto con questa lettura-interpretazione attoriale una pur interessante e rivelatrice, altrettanto unica (la verità finale è questa) lettura-interpretazione autoriale di Aldo Palazzeschi?
Giro il quesito a Silvia e a Stillafarota, ma anche, un po' sull'altro versante, ad Erika Olandese Volante (e magari pure a M.), indicando peraltro, ancora di Paolo Poli, un video che ne registra una ulteriore, posteriore interpretazione scenica dal vivo in teatro e non in sala d'incisione: registrazione oltretutto, dal punto di vista tecnico, effettuata amatorialmente, con mezzi evidentemente meno sofisticati ed efficaci.
Noi, non rinunciando alla segnalazione della disponibilità alternativa su piazza e di una concorrenzialità sulla quale decidere, abbiamo fatto la nostra scelta, e non soltanto, banalmente, per la migliore qualità del suono offerta dal video selezionato, e neppure, un po' meno banalmente forse ma insomma, per una presunta più distillata o spolpata degustazione testuale che dir si voglia, affidata al solo strumento vocale e non ad altri investimenti di tipo fisico-espressivo. «Strumenti umani», sereniani e fallibili «strumenti umani» al pari della poesia, come la poesia stessa...
Marco Marchi
Visita alla contessa Eva Pizzardini Ba
– Buonasera contessa. – Buonasera carissimo Aldo. – Oggi giornata bella, contessa. – Troppo bella, carissimo Aldo, non fa né freddo… né caldo. – E… la noia, contessa? – La che? … – La no-ia. – Pa… pa… papa… papa. – Sempre la stessa. – Ciò mi dite di nuovo? Bravo. – Cosa dirvi di nuovo? Mi credete così ingenuo? Nemmeno mi ci provo. – Bravo. E passate per giovine bizzarro… per uomo… tanto strano. Strano… bizzarro… bizzarro…strano… Bravo. – Codesta bella veste, contessa, la vidi proprio iersera precisa… a una borghese. – E fu inventata a Parigi che non è ancora un mese: sempre così, si sa. – A Parigi fumano l'oppio. – A Parigi… – Verrà presto la moda anche da noi. – Certo verrà poi. Le belle cose da noi sono un mito, noi siamo quelli di ieri… o di poi. Che governo pitocco! Ma… di nuovo? – Di nuovo… La gallina ha fatto l'uovo! – Bella consolazione, dover vivere tanto per vedere tutti i giorni le medesime cose. Giunge il sole e se ne va, cresce e cala la luna. Sempre uguale il sole, la luna è sempre uguale, non cambian di colore. Identiche le stelle. – Purtroppo. – Azzurro il cielo azzurro il mare: val la pena di aprire una finestra per guardare? – Ma… – Verde il prato verde il bosco: il color vostro lo conosco, ahimé. – Non ci badate. – Si aspettano le solite persone alle solite ore, che ci vengon davanti con la solita faccia, non è facile sbagliare, e con identica voce ci dicono le identiche parole. e non giova il cambiare, che se pure ti sembrano l'uno dall'altro diversi nelle forme o negli aspetti, ti diran tutti alla stessa maniera: "Buongiorno contessa, contessa, buonasera" Tutti i giorni si nasce… e tutti i giorni si muore. Quando si nasce c'è la levatrice, quando si muore… c'è il dottore. – Preferisco la levatrice. – Io no, il dottore. Che ci si viene a fare? che ci si fa? Si può sapere? Si sa? – Calmatevi, contessa. – E dire che vorrei, solo per una volta, vedermi nuova nel mio specchio. – Come? – Nuova, diversa da sempre, e diversa da tutte. – Aver due bocche? – Magari, ma è un caso comune. – Lo so. Un occhio dietro? – Dove? – Nella testa. – Ah, sì… – Un dente sulla punta del naso? – Meglio senza naso, nel caso. – Due teste? – Comune comune. – Sette teste? Tredici gambe? – Comune comune. Ieri sera per dormire mi sono fatta tre volte la puntura di morfina. – Tre volte? – Sono poche? Sono molte? – Ma vi pare? La morfina! – "La morfina!" La morfi-na. – Vorreste diventare d'un tratto regina o imperatrice? Antonietta? Messalina! – Uhm… forse sarebbe meglio… – Una poveretta. – Forse. – Povera molto, vivere di elemosina, essere giù, nel fango… – Forse. – Insultata… – Certo. – Battuta… – Almeno. – Magari nel mezzo della strada sull'ultimo gradino dell'abiezione come una donna perduta. – Sì. – Venduta. – Sì. – Essere vilipesa… prostituta! – Insultata… battuta… venduta… almeno per provare, ma… come fare, noi… Chi ci può insultare? – Voi? Io. – Siete troppo gentile, poveretto. – Eccomi qua. – Siete troppo corretto. – Mi proverò. – E non riuscirete che ad annoiarmi di più. – Ma… proviamo. – E ci tenete tanto? – Oh! Dio… così… tanto per fare. – Dirò io per la prima. – Sentiamo. – Ma no, ma via, ma no, perché? … no… povero sciocco, no… – Stupida d'una donna. – …poetucolo… pitocco. – Vescica con la gonna. – Imbecille! Cretino! Omo da nulla! – Povera grulla! – Grullone! Buffone! – Smencitissima vacca! Porcona, puttana, vigliacca!... – Basta basta basta, mio carissimo Aldo, non crediamo di dirci qualche cosa di nuovo, sensazione nuova io già non provo, la cerco, ma non la trovo. amiamoci piuttosto, l'amore è tanto vecchio… mi sembrerà più nuovo. – Sì? Purché voi ritorniate come allora. – Quando? – Quando mi ascoltavate senza pensare al male ed erano assai meno noiose le vostre serate. – Mi avete amata voi? Ed io vi ho amato, ohibò! – Non dico questo, no… – Doveva essere molto noioso il vostro povero amore se lo abbiamo troncato e neppure ce ne ricordiamo. – Era… una parola sola, allora… Ricordate ieri sera? – Ieri sera? – Quella mia parola… – Quale? Dite, mi fate venir male. – Quando fu?... – Certamente vi sbagliate, fu la sera avanti. – Ve l'avevo già detta? – Uh! Centomila sere, capirete, se è sempre la stessa… Basta, basta, non la ridite, lasciatemi morire in pace… sono malata. – Che sarà di voi? – Di me? – Buonanotte contessa. – Buonanotte, carissimo Aldo.