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Le fresche parole della sera. D’Annunzio

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Firenze, 12 marzo 2017 – Ricordando che il 12 marzo 1863 nasceva a Pescara Gabriele D'Annunzio.

Nel silenzio inaccessibile che ammanta l’operosità della Capponcina («Lege lege lege et relege – labora ora et invenies», parole d’oro impresse su legno), accanto alla validità storicamente resistente di opere che D’Annunzio consegna al Novecento, ci sono appunto – mischiate con gli arredi che l’autore della Filosofia dell’arredamento avrebbe in seguito definito «un calco dell’anima», «l’involucro senza il quale l’anima si sentirebbe come una chiocciola priva della sua conchiglia»parole.

La parola per D’Annunzio è un’entità fisica, vocaboli e lessici sono i magazzini corporei a cui rivolgersi, le collezioni organizzate dell’esistente da cui trascegliere: persino il neologismo, in D’Annunzio, è più una scoperta che un’invenzione. E il dominio protagonistico dell’io, a regime suggestivo ancorché fiduciosamente realistico, è così certo di sé che la dicitura aggiunta, come nei casi citati, è, ai modi duri dell’imperativo e della domanda retorica, uno sprone alla promozione inesausta e via via ulteriore delle proprie possibilità, secondo un’ipotesi antropocentrica al massimo, che fuori della villa, ai suoi cancelli, vicino al rumore della strada, ha il suo plausibile riscontro in eleganti intimidazioni su targa. Il filosofico cane favorito Teli-teli è dentro, Firenze – a meno che non si tratti di Dante, del Rinascimento, e insomma di un’idea di Firenze personalmente riassumibile e surrogabile – resta fuori.

In realtà fin da allora la complessiva proposta decadentistica di D’Annunzio si dimostrava tutt’altro che disinteressata alla strada. Basti pensare al coevo episodio del parlamentarismo della Bellezza, gesto e parola anch’esso: D’Annunzio, per dirla con Benigno Palmerio, tutt’altro che «musulmano». Spetterà ancora all'autore di Con d'Annunzio alla Capponcina, nel capitolo L’onorevole d’Annunzio, testimoniare della militanza politica dello scrittore a Firenze, allorché, sciolta la Camera dei Deputati e indette per il 30 giugno 1900 nuove elezioni, D’Annunzio fu invitato dai socialisti ad accettare una candidatura nel capoluogo toscano, in particolare nell’importante e difficile collegio centrale del «bel San Giovanni», roccaforte della borghesia cittadina più ricca e inespugnabile.

Ma  lassù, a parlare nel silenzio, non è il relatore dantesco che pure richiamando in chiave necrologico-patriottica l’esempio di Segantini «religioso pittore delle cime» e «anacoreta estatico» aveva parlato ai fiorentini di sé, né il candidato in corsa (poi battuto) per la rielezione a deputato della sinistra, ma sono le didascalie, i motti: oggetti tra oggetti, parlano al loro padrone, parlano al visitatore valutato degno di essere ricevuto, magari con D’Annunzio assente, o occupato in altre stanze; parlano a voce alta, risuonano. «Coperto il serba» accanto al focolare, assieme ai rami secchi di melograno allusivi di un progetto rimasto incompiuto, «Nunquam deorsum», «Divae Salamandrae sacrum» in ricordo di una bestiola promossa a «genius loci» che avrà fortuna con Papini (per il momento giovane Gianfalco del «Leonardo», generosamente sovvenzionato e reso primo editore di Anniversario orfico), il motto recuperato dal ritratto di Giovanni Moroni «Et quid volo nisi ut ardeat?» di nuovo nei pressi di un camino, il pindarico «Ottima è l’acqua» che rispunterà, in un gioco intertestuale vivacissimo, sul soffitto del Bagno blu del Vittoriale; finanche i paganamente francescani e perversi, da Sera fiesolana, «Clausura» e «Silentium», e all’aperto, dove l’abitare continua, dove D’Annunzio non interrompe la sua opera di artefice, «All’ulivo di Pallade Atena dagli occhi chiari», e «Vedo» e «Ascolto» in serie alternata, circolare, infinita.

La sapienza dei «segni della vita», la capacità prodigiosa di cogliere cifre e sigle del mistero potenziata dalla cólta retorica da casa, è prerogativa dello sguardo dell’esteta e quindi del superuomo, che spazia ed affonda fino al ricongiungimento ai territori di provenienza di quel sapere poetico, al prima mitico e profondo da cui si è emancipata la già matura pienezza di bambini prodigio: bambini che ad esempio, anche se non è vero, dicono di essere nati tra i flutti, come piccoli iddii già formati. Si pensi al Cantelmo delle Vergini, l’eroe paradigmatico di ricongiungimenti al preesistente attraverso l’ossessione di una modalità estetica essenziale come il guardare. «In D’Annunzio – sono affermazioni molto acute e molto pertinenti di Hofmannsthalil rapporto fondamentale con le cose consisteva nel guardare. Ciò introduceva un che di meduseo in questi suoi libri, qualcosa della morte per impietramento, che occhi troppo spalancati, troppo sapienti, spargono intorno a sé».

L’orrore per l’ipertrofia visiva non risparmia neppure il detentore dello sguardo. È così che la parola-oggetto che si è insediata nell’opera di D’Annunzio e che nella Capponcina ha un suo annesso imprescindibile acquista, anche suo malgrado, il significato pienamente novecentesco di un esorcismo, se nel Novecento le stanze della Capponcina, le stanze della creazione, saranno stanze vuote, stanze in cui la rivolta degli oggetti nei riguardi di proprietari desautorati si specificherà nell’impossibile omologazione etichettante della metaforizzazione.

Marco Marchi

La sera fiesolana

Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sé distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.

Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!

Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ’l grano che non è biondo ancóra
e non è verde,
e su ’l fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.

Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!

Io ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incùrvino come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.

Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!

Gabriele D’Annunzio 

(da Alcyone, 1903)

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