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Marzo. Giorgio Caproni

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Firenze, 18 marzo 2016 – Marzo costituisce l’esordio ufficiale di Giorgio Caproni poeta (1932, nonostante qualche ritocco). «Giovine sensualità curiosa», appuntava a suo tempo Aldo Capasso, e del poeta è rimasta solo, in controluce, la giovinezza, un trepi­do ed instabile trascorrere che si è fatto transizione di un mese dell’anno volu­bile per eccellenza, beneaugurante e precario, una curiosità in­vestigativa che abbina – parole di Caproni – al «gusto quasi fisico della vita [...] un vivo senso della labilità delle cose, della loro fuggevolezza: coup de cloche, come dicono i francesi, o conti­nuo avvertimento della presenza, in tutto, della morte».

Sono versi di Come un’allegoria, e Caproni già da allora aveva impo­stato — con il ricorso alle rime, alle assonanze, alle pause, alla disponibilità dei significanti — un lavoro vivo che trarrà dalla vita pesi di sgomento, per il momento indizi, incrinature di un idillio solo in apparenza inoffensivo. Ma tutto avviene e avver­rà per traslazione. Creature irriconoscenti, i versi si dimentiche­ranno del poeta, si serviranno di lui, delle risorse del suo senti­re e del suo studio meticoloso e testardo; gli insegneranno sem­pre di più che con loro si dice per vie traverse, per percorsi mi­croscopici, per esplosioni au ralenti imprevedibili; vorranno es­sere invocati, corteggiati amorevolmente, con dedizione, o in­seguiti come in una battuta di caccia. È, in definitiva, una pra­tica della sostituzione, della dislocazione e del trasferimento, quella che è dato riscontrare in Marzo precocemente efficiente.

Un’apertu­ra, quasi una sigla, una garanzia: la giovinezza che si veste di parole, la vita e la morte che si annunciano come la sola vicen­da valutabile interessante, ma attraverso lo scintillio del sole, un odore già caproniano, acre, il gesto di una fanciulla: tutto su di uno schermo. Ed è, leopardianamente, con tempi rapidi e indilazionabili, l’inaugurazione di un assurdo, di «finzioni». In Come un’allegoria la giovinezza di Caproni già sostituisce quasi completamente il sé con la poesia, ma non abbatte lo slancio verso l’esterno. Il punto di resisten­za è sensibilissimo, e rimarrà tale, attivo, anche quando con la maturità la contraddizione sarà mirabilmente autopoetica, autoinquisitoriale.

Marco Marchi

Dopo la pioggia la terra
è un frutto appena sbucciato.

Il fiato del fieno bagnato
è più acre ma ride il sole
bianco sui prati di marzo
a una fanciulla che apre la finestra.

Giorgio Caproni

(da Come un’allegoria, 1936)

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