LA MORTE DI UN GRANDE INTERVISTA A ANTONIO TABUCCHI (2010)
Ho avuto la fortuna di incontrare e intervistare Antonio Tabucchi a Sanremo nel febbraio 2010. Riporto qui sotto l’intervista. Ero stata messa in guardia sul suo carattere un po’ burbero, a volte scontroso, invece non solo fu di una gentilezza estrema, ma con mia grandissima sorpresa e devo dire anche con molta felicità, quando l’intervista uscì Tabucchi riuscì non so come a reperire il mio numero di telefono e mi chiamò per ringraziarmi e dirmi che l’intervista gli era piaciuta molto. E’ una rarità essere ringraziati dall’intervistato, ma essere ringraziati dal più grande scrittore italiano è stato ed è indimenticabile.
SANREMO – Se a Virginia Woolf per scrivere serviva “una stanza tutta per sé”, a Antonio Tabucchi serve “l’atmosfera giusta, il posto giusto, e il posto giusto bisogna andarlo a cercare chissà dove, perché dove ci si trova non è mai il posto giusto”. Nel suo ultimo libro di racconti, “Il tempo invecchia in fretta” (Feltrinelli), si sposta dalla Svizzera al Maghreb, da Pisa al Kosovo, dall’Ungheria a New York, per finire (o ricominciare) in un ‘monastiri’ di Creta. Per giungere nella dimensione spazio-temporale in cui si muove Tabucchi, bisogna attraversare sempre una frontiera. E proprio questa sua caratteristica, che lo ha fatto diventare uno dei maggiori scrittori europei della nostra epoca, lo ha destinato anche a ricevere il Premio internazionale Frontiere – Biamonti, la cui prima edizione si conclude oggi a Sanremo.
- Professor Tabucchi, dal 1973, quando scrisse “Piazza d’Italia”, il suo spazio narrativo è deflagrato.
“Perché si è enormemente ampliato il nostro spazio geografico, l’Europa si è espansa. A quell’epoca era solo in embrione, era un progetto, un’ipotesi. In parte resta ancora un’ipotesi se pensiamo ai padri fondatori e alla loro idea di Europa, e tuttavia l’Europa di oggi è qualcosa di molto più ampio rispetto a trenta, quaranta anni fa. Sono entrate nuove culture, sono entrati paesi provenienti da lunghe esperienze antidemocratiche e che giocoforza si sono portati dietro un altro calendario rispetto al nostro. E ai confini di questa Europa c’è un altro mondo ancora che preme, che vuole varcare la frontiera e con cui dobbiamo fare i conti”.
- L’Italia è cambiata da allora?
“Non molto. Non come Paese. Ma questo non significa che non cambierà. Come allora credo nelle decisioni individuali, sono le decisioni individuali che creano le premesse per le decisioni collettive.”
- E’ l’individuo che fa la storia, dunque. O, come dice Giorgio Bocca, sono le minoranze, vedi Risorgimento e Resistenza.
“Senza dubbio. L’idea di ‘popolo’ è profondamente reazionaria e conservatrice, e questo vale in ogni caso, sia che il popolo sia evocato da destra sia da sinistra. Lo stato etico di Gentile è alla base di tutti i populismi. E’ proprio perché credo nella responsabilità individuale che posso considerarmi ottimista. La modernità avanza nel male ma anche nel bene. Internet non rende necessariamente i giovani più stupidi, anzi, sono convinto del contrario. Stanno di più al computer? Stanno meno alla televisione e questo forse li rende immuni da certe barbarie. Io ho un’opinione molto buona di quelli che verranno. Semmai ho una cattiva opinione della mia generazione. E comunque la storia per fortuna non si fa al tavolino, si basa sull’imprevisto, i fattori sono tanti, i giochi sono tutti aperti”.
- Torniamo per un momento a “Piazza d’Italia”: politicamente stiamo meglio o peggio?
“In un quadro di non cambiamento di fondo, anche se può sembrare paradossale, credo che l’acquisizione del concetto di democrazia liberale sia più avanzato oggi che nel ‘73”.
- E’ cambiato il modo di percepire il tempo? E’ vero, come sostiene Marc Augè, che oggi viviamo di più nel presente, che passato e futuro sono diventati molto meno importanti?
“Il sentimento del tempo, la maniera in cui si vive il tempo… varia nel tempo. Senza andare indietro fino al Medioevo, basta pensare al tempo prima della guerra: molto diverso da quello di oggi e già molto diverso dal sentimento del tempo cantato da Ungaretti. Sì, siamo sempre come d’autunno sugli alberi le foglie, ma abbiamo modi più complessi, forse più stranianti, di vivere il tempo. Faccio un esempio: sono a casa mia, in un paese civile dell’Europa, accendo la tv satellitare e per caso capito su un canale dove stanno lapidando una donna, in pubblico, in un paese che non so quale sia, trasmettono la punizione per così dire a scopi didattici, per uso interno. Ecco in quel momento subisco una spaesamento nel tempo, sono contemporaneamente in due tempi diversi, grazie alla televisione, alla tecnologia”.
- E lo scrittore come è cambiato?
“E’ cambiato ciò che cambia nell’album fotografico, i tratti somatici, non è cambiata la riluttanza alla letteratura progettuale. Sul futuro del romanzo abbiamo sentito tante ipotesi, ed è successo sempre il contrario”.
- Importante è continuare a scrivere.
“Sì, perché scrivere è una forma di ottimismo. Il vero pessimista non scrive. O smette di scrivere”.
Come Salinger?
“Sì, ritengo che il suo non scrivere più, fosse l’espressione di un radicale pessimismo. Finché pensi che la parola abbia un senso sei ottimista”.
- Siamo a Sanremo… qual è la sua canzone?
“Sono tantissime, canto molto, mi piace la musica popolare”.
- Un nome, un titolo.
“Mi piace molto Fossati, la canzone napoletana, le canzoni di lotta e di lavoro con cui si può tratteggiare una storia dell’Italia del Novecento. “Nel blu dipinto di blu” è una meravigliosa canzone surrealista. E Paolo Conte! Ah, Genova per noi!”.