Brava Emma, la riot girl de noantri

Musica

19 febbraio 2012
Non ha sbagliato una mossa. La signorina Emmanuela Marrone, per tutti ormai Emma, ha appena vinto la sessantaduesima edizione del festival di Sanremo. E il suo successo non ha sorpreso nessuno. Nel festival della crisi ha vinto una canzone con un testo (furbo) sulla crisi. Urlato, perché la specialità della casa di Emma è proprio questa. Ma l'interpretazione di Emma era stata accompagnata dall'ascesa della salentina nella scena social-musicale. E qui, lei o per chi lei, non ha sbagliato davvero una mossa. Soprattutto di marketing. Etichettata immediatamente come un prodotto del talent-show (ha vinto "Amici"), ha fatto di tutto e anche molto bene per liberarsi da questa marchiatura. Dimostrando a tutti che una che ha vinto "Amici"  non  è solo lustrini e comparsate tv, ma è anche impegnata nel sociale. Era in piazza con le donne a Roma, a manifestare in "Se non ora, quando". E' diventata in fretta una delle preferite di Michele Santoro, all'epoca di "Anno Zero", quando c'era da evidenziare che molte donne dello showbiz non avevano nulla a che spartire con quelle che hanno animato per settimane le prime pagine dei giornali sulle feste di Arcore. Ed Emma ha interpretato bene il suo ruolo, anche senza cantare. Ci ha messo la faccia, come ha detto in più di un'occasione, mentre spiegava la sua presenza in piazza con quell'impasto linguistico salentino che non tradisce quasi mai la sua nascita fiorentina, ma che è decisamente più verace. E da lì è stato un crescendo, perché la ragazza oltre ad avere voce, ha carisma e anche cervello. E così ha ribadito, a ogni occasione, che il suo idolo è Gianna Nannini. Una vera e propria icona del rock trasgressivo italiano al femminile. L'unica probabilmente. Quella Gianna che negli Usa avrebbero definito come una riot girl (una ragazza-rivolta). A Emma il ruolo di riot girl de noantri piace e non fa niente per sottrarsi. Anche nell'interpretazione della canzone con cui ha vinto Sanremo, "Non è l'inferno", ha privilegiato più le urla che il cantato. Come  a dire che quei concetti lì, di rabbia e di ribellione, su un testo fin troppo qualunquista ma ben calibrato per il pubblico sanremese e per il festival della crisi, andavano urlati più che cantati, tirando fuori tutta la disperazione di "Ho dato la vita e il sangue per il mio paese e mi ritrovo a non tirare a fine mese" o ancora "Se sapesse che fatica ho fatto per parlare con mio figlio che a 30 anni teme il sogno di sposarsi e la natura di diventare padre". E poi il ritornello della scossa che non poteva che essere un monito a non arrendersi. Brava Emma. Certo, è comunque impossibile, per chi è cresciuto con i cantautori italiani e con la musica indipendente che arrivava direttamente dalle cantine, identificarsi fino in fondo con Emma, perché il suo mondo, non ce ne voglia, sembra sempre molto costruito e vestito con la stoffa giusta, non quella che si trova al primo angolo della strada. Però, nel Sanremo della crisi, e con il sistema del televoto, poteva vincere solo un pezzo "urlato" che trasudasse un po' di rabbia per lo stato impietoso delle cose. Il mondo reale poi è tutt'altra cosa. Ma questo è pur sempre il mondo delle canzonette. E "Non è l'inferno" non diventerà mai la colonna sonora di nessuna manifestazione o di un movimento (almeno ce lo auguriamo), ma  sarà considerata, proprio per quel testo furbo, un po' meno peggio delle altre canzoni sanremesi che passeranno alla radio. Ed Emma un po' più impegnata delle sue colleghe. Missione compiuta.