Italia, quando Patti Smith è l’anti Schettino

Musica

16 giugno 2012
"Constantine's dream", dieci minuti di poesia ed emozioni. Patti Smith l'ha scritta dopo aver contemplato l'opera di Piero Della Francesca: "Il sogno di Costantino". Non una canzonetta, una canzone da Patti Smith. La canzone che si avvicina di più alla produzione della "sacerdotessa del rock".  E l'etichetta che la signora Smith si porta dietro da anni non c'entra proprio nulla con il contenuto del testo. Nel testo, detto per inciso, si parla anche e (soprattutto) di San Francesco. Una guida per la rocker. Ma in questa canzone  c'è soprattutto l'amore per  le bellezze del nostro paese che è diventato un po' anche il paese d'adozione della signora Smith. Basta guardare il calendario di qualsiasi festival estivo per rendersene conto: la sacerdotessa del rock ha raggruppato diverse date dal nord al sud. Per scoprire, un po' come è successo con l'opera di Piero Della Francesca, le meraviglie - tutt'altro che liquide - di questa (nostra) strana Italia. Ancora più strano è sapere che buona parte delle canzoni del suo ultimo disco "Banga" siano state concepite in una camera della Costa Concordia. Tutto ciò accadde più o meno due anni prima del tragico naufragio al Giglio. E probabile che nei saloni della nave, dove Patti Smith era impegnata nel film di Godard "Socialisme", abbia pure incrociato il comandate Schettino. Il comandante della vergogna nazionale. L'uomo che ci ha fatto vergognare di essere italiani. E ha permesso ai giornali stranieri - e non solo loro - di sparare a zero su di noi. Come popolo, come tutto. L'idea che ha dell'Italia Patti Smith è decisamente diversa. Non è mai stata un'americana in vacanza nel nostro paese. Una di quelle che passa, scatta foto e se ne va ad ingrandire i propri album di immagini. Patti Smith si ferma, studia e si lascia ancora travolgere dalle bellezze di questo paese. "Constantine's dream" ne è un esempio. Non l'unico in un disco che è assai debitore di personaggi e storie italiane. Ma "Constantine's dream" è il gioiello di questo disco. E' la dimostrazione musicale che il ciclo compositivo di Patti Smith non si è chiuso alla fine degli anni settanta e che tutto il resto del suo repertorio è prescindibile. Ma soprattutto è un invito, magari scontato (pensando però all'intuizione e alla realizzazione del pezzo non è lo mica tanto), che vale ancora la pena tentare di voler bene a questo paese. Anche solo per provare a fermarsi a guardare - senza distrazioni - "Il Sogno di Costantino". Forse la bellezza non salverà il mondo. Ma quanto meno ci riconcilierà col nostro paese.