Fuori dal coro

Matteo il Capitano senza se e senza ma

CI È VOLUTO molto più di un attimo fuggente perché Matteo Salvini venisse osannato dal suo popolo. «Capitano, oh mio capitano...» lo invocano oggi su Facebook, giovani e meno giovani.
Ma fino a pochi anni fa Matteo era il Gianburrasca del movimento, il ragazzo sempre sopra le righe, che diceva a tutti quello che pensava senza se e senza ma. Come adesso. Solo che ora quel ragazzo sempre in maglietta, che da più di vent’anni batte le periferie milanesi palmo a palmo senza mai stancarsi, ha portato la Lega dal 4 per cento di consensi a cui era affondata dopo gli scandali dei rimborsi (era Bossi) all’attuale 14 che ha significato anche il sorpasso di Forza Italia. Miracolo? No lavoro. Suo e di tutti. «Il popolo della Lega in due anni è cresciuto e maturato tantissimo – sottolinea lui generosamente – certo il mondo cambia, e vedo che tutti mi hanno sempre seguito nelle nuove proposte in maniera incredibile».
ASPETTIAMO sorprese quindi, perché la forza del quarantenne Matteo sta nella velocità, anche di intuire che il vecchio Carroccio deve ormai cedere al passo dei tempi. Snaturandosi? Mai. La sfida che attende l’altro Matteo è quella di far transitare il suo popolo dall’antico al nuovo senza traumi. Non sarà facile. Nemmeno per lui, che nella Lega ha portato il suo cuore padano. «Ricordo la prima volta che entrai in sede – racconta con emozione – non era nemmeno via Bellerio, ma la sede precedente in via Vespri Siciliani al 90. Era un appartamento al primo piano, c’erano Roberto Ronchi e Luigi Negri (tra i padri fondatori della Lega, ndr.). Avevo diciassette anni e il cuore pieno di entusiasmo. Comprai una sciarpa, degli adesivi, un libro...».
Del grande libro della Lega Salvini era destinato a scrivere un capitolo fondamentale, ma ancora non lo sapeva.
CERTEZZE? Sempre e tante. «In questi anni – dice – non ho mai avuto un dubbio, non ho mai perso la curiosità, non ho mai smesso di credere nel federalismo». Dubbi su di lui ne ha avuti, in un passato nemmeno troppo lontano, il fondatore Umberto Bossi. «Il senatur – ricorda – lo vidi la prima volta alla presentazione del libro di Daniele Vimercati ‘I lombardi alla nuova crociata’, in via Bellerio. Pensai che era una mente superiore, e lo credo ancora adesso. Penso a lui con venerazione e ne subisco il fascino».
PAROLE importanti, eppure negli ultimi anni Umberto Bossi ha spesso criticato e cercato di ridimensionare il ruolo del giovane leader all’interno del movimento. «Pazienza, le ferite nella vita arrivano – chiosa lui – bisogna saper andare avanti e incassare. È proprio resistere nei momenti difficili che fa la differenza». E lui è uno che non molla mai. Ha imbracciato la ramazza contro la vecchia dirigenza del partito coinvolta dallo scandalo dei rimborsi elettorali destinati a fini diversi; ha dovuto anche, a seguito dei tagli, licenziare personale dalla vecchia sede, ora in vendita, di via Bellerio. Ha dovuto assistere alla fine della voce storica del Sole delle Alpi, la ‘Padania’ cartacea. Ma almeno una volta alla settimana, dai microfoni della coraggiosa mini-redazione superstite di Radio Padania, non manca mai di parlare con la sua gente, a cuore aperto nella linea diretta da Bellerio.
E poi via di corsa, cambiando maglietta a seconda dei territori, con buona pace di Maurizio Crozza che fa fatica a imitarlo in maniera convincente. D’altronde Salvini è unico e vero. Oggi è leader in corsa per guidare tutto il centrodestra ma ha conservato la semplicità e umanità di sempre, anche sopra i palchi e nelle piazze.
ANCHE in famiglia. Se può, il sabato è tutto dedicato ai suoi due bambini, «la loro nascita segna i momenti più belli della mia vita» - dice sorridendo -. «Tutti i giorni penso all’affetto che sono costretto a rubare loro per darlo alla politica. Ma appena posso li porto al parco giochi, vado a vedere le partite di mio figlio...»
. Momenti brutti? «Facciamo che quelli devono ancora venire, guardiamo al futuro...». Sorride sempre l’altro Matteo. Oppure si incavola e bastona. Le mezze misure non le ama, e questo in parte fa la sua differenza e in parte lo avvicina al suo avversario, il Matteo fiorentino presidente del Consiglio che lui spera di scalzare.
Il suo acerrimo nemico resta però uno solo, Angelino Alfano. Disistima o antipatia? Forse entrambe. Certo a Ncd e ai suoi il giovane leader non ne fa passare una. Le critiche, come quella di essersi legato all’ultradestra, non lo sfiorano. Lui guida una ruspa nostrana, non una Ferrari né un calesse. E per realizzare il sogno di un’Italia diversa, non più padana ma autonoma e federalista, è cordialmente disposto a passare sopra qualunque ostacolo. Dicono che i veri leader fanno così...

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