Wild Boys per sempre
Mi accingo a un’impresa ardua, per due motivi: vorrei raccontarvi il mio concerto di ieri sera, ma due severi censori potrebbero essere pronti a correggermi e cassarmi incisi. Correrò il rischio e pazienza se sarò bocciata.
Ieri sera i Duran Duran hanno fatto ballare l’Arena di Verona per due ore.
Considerata l’età, non ho vissuto in prima persona il periodo in cui tutti erano pazzi per il gruppo inglese, ma affermo con orgoglio di avere visto più e più volte – qualche anno dopo l’uscita – il meraviglioso caposaldo della cinematografia italiana Sposerò Simon Le Bon. Ricordo bene Clizia e Rossana, e ricordo bene la loro passione per Simon e John.
Perciò, quando mi è stato proposto di andare a un loro concerto, ho subito accettato perché sicura di uno spettacolo “di quelli che non ne fanno più”. Ma a una condizione: che la mia presenza da neofita più interessata al colore che non alla musica non infastidisse i colleghi di lavoro nonché compagni d’avventura, i severi censori di cui scrivevo sopra. Si sono accollati il peso e ci siamo imbarcati.
Come già confessavo in uno dei miei vecchi post, adoro l’Arena e adoro Verona. L’iter ideale: spritz in piazza delle Erbe pre concerto e buffet rinvigorente. Mezz’ora prima dell’inizio, l’ingresso nell’anfiteatro, che piano piano si è riempito fino all’ultimo posto. Vorrei tanto essere in grado di farvi vedere il colpo d’occhio che è l’Arena piena. La luce calda del tramonto che filtra dagli archi, gli aerei del vicino aeroporto che rigano il cielo, la pietra dei gradoni che rilascia il sole della giornata, i gruppetti sparuti di posti vuoti che in pochi minuti si riempiono di gente disorganizzata con sempre troppe borsine in mano, tra bottigliette d’acqua, macchine fotografiche e cuscini – perché i gradoni non sono affatto confortevoli. E poi, soprattutto, l’aria dell’Arena: l’aria che ti convince di essere in luogo fuori dal tempo e dallo spazio, che parla di tutto quello che in duemila anni duemila è successo lì dentro. L’aria che è inutile, perché l’Arena è il tempio dell’opera. E allora anche a te che di Verdi, Rossini o Puccini non interessa niente, sorge il dubbio che il disinteresse sia mal riposto.
Dicevamo… I Duran Duran. Simon è sempre Simon. Pantaloni bianchi attillati e camicia nera aderente. Vi dirò, a parte tutte le battute che si possono fare riguardo, i Duran sono uno dei pochi gruppi che da anni calcano i palcoscenici mondiali e non sono diventati ridicoli. Se non possono più ballare come una volta, ballano meno e camminano di più. Se non possono cantare come una volta (Simon è reduce da problemi alle corde vocali), cantano di meno ma tirano fuori una marcia in più. Sono belli e si sono mantenuti un Gruppo con la G maiuscola. Le canzoni che conosco io, le hanno fatte tutte. Tra quelle che non conoscevo, ne hanno fatto alcune che mi sono ripromessa di imparare. Gasatissimi, pieni di energia, puliti, entusiasti come bambini. Brani nuovi e vecchi successi, carichi a mille. E cariche a mille le diecimila persone del pubblico, in gran parte composto dalle fan che ieri come trent’anni fa si sono dimostrate pronte a tutto pur di attirare l’attenzione. Sotto al palco, si sono sfiorate scene d’isteria, tra ragazze che urlavano: “Simon, sposami!” e novelle groupies. Con loro, anche un meraviglioso Morgan – sì, Morgan, Marco Castoldi – vestito di tutto punto danzerino come non mai. Libero, naturale. Bello anche lui, toh.
Mio personale idolo della serata, un signore sulla cinquantina alle mie spalle. T-shirt azzurrina e bermuda beige, marsupio al collo e una voglia di divertirsi contagiosa. Se le è ballate TUTTE, se le è cantate tutte.
L’intera Arena ha partecipato da protagonista allo show, tra coreografie preparare e altre più improvvisate. Illuminati a giorno tra flash e palle da discoteca anni Ottanta, hanno tributato tutto l’amore possibile ai belli di Birmingham.
Per dovere di cronaca, sappiate che Ordinary World, per la quale non trovo un aggettivo adatto, è stata dedicata ai terremotati dei sisma dello scorso maggio. E, credetemi, dentro quel but I won’t cry for yesetrday there’s an ordinary world somehow I have to find, and as I try to make my way to the ordinary world I will learn to survive c’era tanto coraggio che di certo nelle tendopoli è stato avvertito.
Questa la mia sera d’estate, conclusa per un accogliente Corso di Porta Nuova ancora sveglio per Simon&Co.
Io non so scrivere bene di musica, ne sono cosciente. Cerco di arrabattarmi. Se volete vedere la differenza, vi suggerisco un post che incrocia il mio, firmato da qualcuno che di sicuro avrebbe amato lo spettacolo
http://club.quotidiano.net/rosato/la_polaroid_di_morgan_un_gentiluomo_incompiuto.html
Mi è venuto in mente mentre Morgan si scatenava sulle note di The Reflex.