Pacem in terris

Pedofilia, la Chiesa cambia passo. Ma la strada è ancora lunga

(Marie Collins, vittima di un prete pedofilo)

LA CHIESA scoperchia la pentola e tira le somme dello scandalo pedofilia. C'è voluto un simposio ad hoc, in corso all'università Gregoriana, per lasciarsi definitivamente alle spalle la tendenza a ridimensionare l’orrore. E guardarlo in faccia per quello che è: 4mila casi segnalati alla congregazione della fede nell'ultimo decennio, come ammesso dal cardinale William Levada, prefetto dello stesso dicastero.

Per troppo tempo i vertici ecclesiali hanno anteposto la reputazione del popolo di Dio alla tutela delle vittime. Salvare la faccia, circoscrivendo il fenomeno, è stata questa la filosofia imperante nei sacri palazzi. Quando alla fine degli anni '90 negli Stati Uniti è esploso il caso pedofilia, <nella Chiesa si è detto 'questo è un problema solo americano', poi si è detto 'è un problema solo degli anglofoni', poi 'è un problema solo dell'Occidente', poi è successo in Italia, in Germania, in altri Paesi>. L’ha rimarcato monsignor Stephen Rossetti, prete americano dell'università cattolica di Washington, in prima linea nel contrasto alle violenze in abito talare, nel suo intervento alla Gregoriana. Che dire, poi, dell’infausta pratica del trasferimento, da una parrocchia all'altra, dei sacerdoti sospettati di abusi? Si credeva forse che cambiare area potesse aiutare il pedofilo? Sciocchezze. E ancora: come dimenticare le tardive dimissioni di vescovi ‘chiacchierati’ durante il regno di Giovanni Paolo II? Su tutti il caso del monaco benedettino, Hans Hermann Groer, arcivescovo di Vienna. Nel 1995, solo dopo cinque mesi di serrate denuncie da parte di ex allievi del seminario in cui insegnava il monsignore, Wojtyla costrinse l’arcivescovo a fare le valigie. A malincuore, però. Perché l'ultraconservatore Groer serviva al papa per mettere in riga l'Austria irrequieta del cardinale Franz Konig, storico pastore di Vienna.

Fa male guardarsi allo specchio e scoprirsi più sporchi del dovuto. Ma è l’unico modo per permettere alla Chiesa di ritrovare la credibilità perduta, ammettere le proprie colpe e rimediare agli errori. In questo caso la Via Crucis si chiama trasparenza. Quella che, con coraggio, sta portando avanti Joseph Ratzinger. Lui, il papa della svolta, dell’allontanamento delle mele marce, dell’inasprimento delle norme canoniche sui delicta graviora, della vicinanza alle vittime. Con il pastore tedesco anche il nodo gordiano della collaborazione tra Chiesa ed istituzioni civili inizia finalmente a sciogliersi. Non a caso il suo braccio destro e successore all’ex Sant’Uffizio, Levada, più di una volta, davanti ai 130 delegati delle conferenze episcopali al simposio romano, ha posto l’accento sul <dovere> per la Chiesa di collaborare con magistrati e poliziotti. Qualcosa si muove, anche se nel diritto canonico ancora manca un obbligo esplicito di denuncia degli abusi. L'auspicio è che le linee guida delle singole conferenze episcopali sulla pedofilia - quelle dei vescovi italiani arriveranno a maggio - possano colmare il vuoto normativo. Staremo a vedere.

Rigore, trasparenza. La svolta è iniziata, sarebbe meschino negarlo. Tuttavia, c’è ancora moltissimo da fare sul fronte della presa di coscienza delle cause all’origine della pedofilia nel clero. Ragionare sull’esercizio dei ministeri nella Chiesa, sulla formazione sessuale dei futuri sacerdoti, sull’obbligo di celibato è ancora troppo difficile. Alle volte impossibile. Secondo Ratzinger la colpa del dilagare degli abusi è da ricercarsi nel lassismo dei costumi a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Lo ha messo nero su bianco nella sua accorata Lettera ai cattolici d’Irlanda (2010).

Eppure basterebbe risentire le parole, pronunciate ieri alla Gregoriana, dall’irlandese Marie Collins, preda a 13 di un prete pedofilo, per comprendere i danni prodotti, nel clero e non solo, da una fuorviante e pericolosa interpretazione del sacerdozio: < Il fatto che colui che abusava di me fosse un prete aumentò la grande confusione che avevo in testa: quelle dita che volevano abusare del mio corpo la notte precedente erano le stesse che il mattino successivo tenevano e mi offrivano la sacra ostia>. Eccolo lo smarrimento di chi è stato educato all’ordine sacro non come servizio per gli altri – servus servorum Dei si descriveva Gregorio Magno, papa tra il VI-VII sec. -, ma quale via di elevazione sopra gli altri. Quasi che al prete fosse permesso tutto, in nome della salvezza delle anime. Anche quando hanno solo 13 anni e la confusione di chi si sente tradita da un Dio in miniatura.

                                                                                                                                                                                                                             

Giovanni Panettiere

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