ECCO allora che quella consumata in questi giorni è un'altra battaglia laicista per suscitare riprovazione ed impedire ai pastori della Chiesa di intervenire, nelle forme opportune della convivenza fra Stato e potere religioso - la preghiera pubblica non ha nulla da farsi rimproverare - sulle questioni sociali della vita di un Paese di primo livello come la Francia. La strategia è fin troppo chiara e mira a confinare la fede nel privato dei cittadini. Eppure, quando la Conferenza episcopale transalpina alzò la voce contro il discorso di Grenoble sui rom dell'allora presidente Nicolas Sarkozy, nessuno invitò al silenzio i vescovi. Così come i moniti continui dell'episcopato sulla crisi che minaccia poveri e diseredati hanno trovato simpatia a destra quanto a sinistra. Anzi, a dire il vero più nella gauche che altrove.
ADESSO che succede? Ha la meglio l'ipocrisia di chi camuffa i discorsi ufficiali pur di mettere il bavaglio a quelli che la pensano diversamente? Gridare all'offesa della laicità dello Stato si può e si deve davanti a prelati che animano partiti politici, incontrano in camuffa esponenti dell'esecutivo o parlamentari per dettare l'agenda dello Stato, oppure prentendono trattamenti di favore su Fisco e quant'altro. Ma gli interventi pubblici di vescovi e cardinali sulla società sono di un'altra pasta: hanno diritto di cittadinanza come quelli di chiunque altro, persino quando avvallano posizioni di retroguardia. E arriviamo all'omosessualità.
A RIGUARDO la Chiesa quasi sempre insiste con un discorso tutto al negativo. Ovvero, i gay non possono sposarsi, non devono avere figli, si astengano dai rapporti sessuali, fino all'affondo - sostenuto dalla Santa sede - del cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione che, qualche giorno fa, non ha esitato a parlare di <choc di civiltà> con riferimento proprio al matrimonio fra persone dello stesso.
AL DI LÀ degli interrogativi che suscita l'istituto delle nozze gay - non penso alla procreazione, che la stessa Chiesa oggi non considera più quale unico fine del connubio, ma piuttosto alla storia, testimone nei secoli sempre di sposi dal sesso opposto -, possibile che non si possa mai parlare in positivo dell'omosessualità? Costa troppo, a parroci, vescovi o cardinali, dire che anche gay e lesbiche sanno amare, essere fedeli, né più, né meno degli etero, e soprattutto meritano rispetto? Con queste premesse l'eguaglianza di diritti e doveri per le coppie omosessuali sarebbe a portata di mano. Magari, almeno per un certo periodo, con un istituto ad hoc, gemello del matrimonio, ma con un nome e una dignità tutta sua.
Giovanni Panettiere
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