Pacem in terris

I tradizionalisti perdono quota: dopo Piacenza, il papa ridimensiona il cardinale Burke

FINO a un paio di giorni fa il cardinale statunitense Raymond Leo Burke era una delle voci più influenti in Curia romana sulle nomine dei vescovi d'Oltreoceano. 'Sua' l'elevazione ad ausiliare di Saint Paul-Minneapolis di monsignor Andrew H. Cozzens, quarantacinque anni e un profilo che, a detta dei ben informati, non sarebbe troppo in linea con il ministero, se non riformista almeno riformatore, di papa Francesco. La promozione risale ad ottobre, ma d'ora in avanti il potente Burke dovrà abbandonare i panni del deus ex machina dell'infornate episcopali per tenersi stretto il ruolo, tutt'altro che marginale, di prefetto della Segnatura apostolica, una sorta di Cassazione della Chiesa. Bergoglio ha infatti deciso di non confermarlo tra i membri della Congregazione dei vescovi, il dicastero competente a elaborare la terna di candidati da sottoporre al papa per coprire le sedi vacanti.

CON il ridimensionamento di Burke, volente o nolente, il vescovo di Roma assesta un'altra stilettata all'ala tradizionalista della Curia, sempre più insofferente di fronte al Francesco style. Tutto audacia, tenerezza, misericordia e Chiesa povera per i poveri. Solo tre mesi fa era toccato al cardinale Mauro Piacenza subire l'onta del trasferimento da prefetto della Congregazione per il clero all'ufficio di penitenziere maggiore, di sicuro uno degli incarichi più antichi dentro le mura leonine, ma allo stesso tempo maggiormente defilato rispetto alla cabina di regia del ministero per i chierici.

ENTRAMBI espressioni della destra cattolica, il sessantanovenne Piacenza proviene dalla scuola del cardinale Giuseppe Siri, e, come il papa mancato in tre dei quattro conclavi della II metà del '900, ha a cuore <l'amore motivato per l'abito ecclesiastico>; dal canto suo, Burke, classe 1948, non si preoccupa di flirtare con le frange ecclesiali più vicine agli scismatici lefebvriani, di prendere parte a marce per la vita alle quali partecipano anche gruppi clerico-fascisti, o persino di criticare un pontefice non certo ostile come Benedetto XVI per la sola colpa di aver abbozzato, nel libro Luce del mondo (2010), l'uso del condom sullo sfondo del problema dell'Aids

IN QUESTI primi nove mesi di papato argentino i due porporati hanno reagito diversamente al ciclone Bergoglio. Piacenza ha impugnato il fioretto della diplomazia - promuovendo addirittura l'amatissimo curato di Ars a esempio di pastore con l'odore delle pecore -, l'americano ha preferito un approccio viscerale. A dimostrarlo la sua ultima intervista al network televisivo cattolico Ewtn (Eternal Word Television Network), rilasciata, guarda caso, proprio il giorno del ritiro forzato dalla Congregazione dei vescovi.

RISPONDENDO a una domanda sulla necessità che i preti focalizzino la loro attenzione sull'aborto,  Burke ha punzecchiato Francesco: <Si può avere l'impressione, o è interpretato così nei mass media, che il papa pensi che parliamo troppo di aborto, troppo di integrità del matrimonio tra un uomo e una donna. Ma non parleremo mai abbastanza di questi temi>. Ancora più netto il suo commento alla recente esortazione apostolica del pontefice, Evangelii gaudium, tacciata di 'marxismo' da alcuni commentatori a stelle e strisce vicini ai Repubblicani e al Tea party: <Non ho ancora trovato nella mia mente il modo esatto di descrivere questo documento. Certi non penserei che fosse inteso ad essere parte del magistero papale. O comunque questa è la mia impressione>. Che dire? Viva la sincerità.

Giovanni Panettiere

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