Pacem in terris

Dialogo con l’Islam, i vescovi che tirano il freno

 

IL MITO DELL'ISLAM RELIGIONE DI PACE. I VESCOVI: SECOLI DI GUERRA PER ALLAH

Articolo pubblicato sul Qn (il Giorno, la Nazione, il Resto del Carlino), edizione del 4 luglio 2016

 

Giovanni Panettiere
ROMA

LA MATTANZA jihadista di Dacca, che ha lasciato sul terreno i corpi di nove connazionali, rinfocola la prudenza di una parte, magari più nascosta, dell’episcopato italiano sulla vera natura dell’Islam o sul dialogo con i seguaci di Maometto. Così, mentre l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, oggi celebrerà la fine del Ramadan insieme con i musulmani, altri vescovi restano più defilati. E non parliamo di un falco come monsignor Luigi Negri (Ferrara), che, all’indomani della strage a Charlie Hebdo, riferendosi alla dottrina del Corano, chiese di opporsi nettamente «alle religioni nelle quali la violenza è teorizzata e indicata come atto pratico».

VOLTO noto per anni della rubrica religiosa di Rai2, Sulla via di Damasco, il vescovo di Ascoli Piceno, Giovanni D’Ercole, si affida alla storia per rispondere alla domanda sull’Islam religione di pace. «Non voglio dire – scandisce – che ci sia un certo buonismo nell’immagine che viene offerta della fede coranica. Credo, però, che sia importante ragionare a partire da una certa freddezza storica. Quella che ci porta a ricordare come nei secoli si siano avuti conflitti orditi da musulmani, in nome del loro credo, che hanno determinato la distruzione di fiorenti terre cristiane in Nord Africa, Asia minore e anche Europa. Con l’emergere della furia terroristica, non si può negare il rischio reale di un ritorno al passato». Come uscirne? «Il cristianesimo non può rispondere alla violenza con altra violenza. La nostra è la fede del perdono. Certo è che mi chiedo come mai assistiamo al silenzio assordante delle istituzioni, anche internazionali, davanti alla persecuzioni di milioni di cristiani, mentre, se un gay viene attaccato, si solleva un polverone. E con questo parallelo non voglio dire che le diversità, tutte, non meritino rispetto».

MENO di due anni fa il vescovo di Imola, Tommaso Ghirelli, balzò alle cronache per un suo deciso intervento sul settimanale diocesano in cui chiedeva agli islamici di condannare le persecuzioni contro i cristiani «altrimenti dovrebbero avere il coraggio di allontanarsi dalle nostre terre, perché nessuno vuole avere nemici in casa». Oggi il presule chiama «fanatismo religioso» quello degli uomini neri del Califfo, ma sottolinea come i terroristi si servano dell’Islam visto che «separano accuratamente gli ostaggi musulmani dagli altri». Anche per il dopo Dacca non sono mancate le note di condanna da parte dei rappresentanti delle comunità islamiche. Sono gesti formali, o peggio, solo di facciata? «Credo che gli imam debbano investire di più nell’opera di isolamento e denuncia degli integralisti – rilancia Ghirelli –. Non possono limitarsi a dire che ci devono pensare la polizia e le forze dell’ordine. Così scadono nell’irresponsabilità e nell’immaturità civile».

NOTO, diocesi di sbarchi di migranti. Islamici in primis. Monsignor Antonio Staglianò riconosce «il grande disagio della comunità islamica italiana per la presenza di frange integriste al suo interno». Tuttavia, il vescovo siciliano – ma con sangue calabrese – auspica che «nelle moschee si proclami sempre il vero Islam, quello della misericordia, perché purtroppo, in giro per l’Europa, si sentono anche prediche non proprio moderate. Il caso di Londra è paradigmatico». Serve così «un’alleanza, tra cristiani, islamici e atei contro il mostro del nostro tempo: il terrorismo internazionale».

 

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