Benedetta gioventù

Nino Nasi, Petit Prince di via Crispi. Oltre mezzo secolo tra quelle pagine polverose

REGGIO NINO NASI

Reggio Emilia, 27 novembre 2016 - Se n'è andato in punta di piedi, Nino Nasi. Così come ha vissuto. E andandosene, ha portato via con sé un pezzo della nostra storia; quella infilata nei suoi tomi polverosi, nei suoi racconti. E in quelle vetrine di via Crispi così vere, sporche e cadenti da arrivare a commuovere.

Si fa così, in fondo. È stata la sua lezione, la sua Resistenza. Resistenza alle lucine, alla moda del tutto perfetto; agli stucchi dorati che coprono la verità e le crepe del tempo. Un inno alla bellezza degli anni che passano; alla memoria e alle radici. Ecco che cos'era (e cos'è) quella bottega piena di poesia.

Era il 30 luglio 2010. Uno degli ultimi nostri incontri, in occasione delle celebrazioni per il mezzo secolo di sua gestione di quel miracolo di libreria, ancora in vita. Una chiacchierata che io non dimenticherò.

 

Parla poco Nino Nasi. Ma ogni tanto sorride. Nelle fessure degli occhi e in quelle labbra strette che sussurrano 50 dei suoi 83 anni. Tutti passati a vendere libri. In quella bottega di via Crispi in cui il tempo si è fermato mezzo secolo fa.

«Portavo i volumi negli uffici. Li compravano a rate. Poi un giorno, nel 1959, Prandi mi disse che voleva cedere questa libreria. Ci siamo messi d’accordo e ho acquistato, insieme al commesso che c’era. Era il 1˚ luglio 1960. Dopo sei giorni sparavano in piazza. Ho visto la gente scappare, i carabinieri. Mi ero chiuso dentro, sentivo i colpi che hanno ucciso i caduti del 7 luglio».

Nasi, com’è nata la sua amicizia con Pier Vittorio Tondelli?

«Veniva qui con i genitori quando aveva 15 anni. Mi portava i suoi racconti da leggere. Un giorno decisi di mandarli alla Feltrinelli. Poco dopo venne pubblicato il suo primo libro: ‘Altri libertini’. Tornava spesso a trovarmi, anche quando abitava a Bologna».

Di qui sono passati scrittori, politici, gente di cultura, dello spettacolo.

«Mi ricordo Branciaroli, Tognazzi, Spadolini, Zavattini, Valli, Feltrinelli. Giangiacomo si sedeva qui». E indica uno spazio angusto dietro il bancone sommerso dai libri che profumano di polvere. «E ci mettevamo a parlare delle nostre letture».

Il libro a cui è più affezionato?

«La raccolta del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, in tutte le lingue. Dal dialetto reggiano all’arabo. Mi piace perché un libro profondo. Sia per i bambini sia per i grandi. Poi ho la mania per questi ex voto, li trovo nei mercatini. Molta gente si ferma davanti alla porta, poi entra a guardarli». La parete ne è piena. Si confondono coi libri. «Qualcuno l’ha ribattezza la Cappella Sistina dei poveri».

Il volume che non venderebbe mai?

«La prima edizione di 'Altri libertini' di Tondelli. È qui, ne ho solo una copia». Entra un signore. Chiede il Vernacoliere. Lo trova in cima a una cima di volumi, è l’ultimo rimasto. «Lo danno a me, credo di essere l’unico in Regione a venderlo. Viene gente anche da altre città per comprarlo. Prima lo trovavi solo in Toscana».

È vero che a volte ritaglia le locandine con le parolacce troppo spinte?

«Sì, lo faccio». E ride. «Passano i bambini... C’è stata gente che mi ha anche minacciato di denuncia. Credo si trattasse di un’invettiva contro il Papa. Sono arrivati anche i carabinieri... Poi non è successo niente».

C’è stato un momento in cui ha rischiato di chiudere?

«Volevano mandarmi via quando hanno ristrutturato il palazzo. Era la fine degli anni Ottanta. Ma non mi sono arreso. Ho fatto una raccolta di firme in strada, un sacco di gente mi ha dimostrato solidarietà. Tutto il consiglio comunale ha votato a mio favore tranne un consigliere della Lega. Ne conservo ancora la foto... » Solleva un foglio. Il ritratto in bianco e nero è fissato con una puntina agli scaffali.

Quindi non se n’è andato.

«Il ministero dei beni culturali ha mandato un documento in cui si diceva che la libreria doveva rimanere qui. Esiste dal 1907, ci sono passati Croce, Einaudi, Nenni, Togliatti, Moravia, Maccari».

Come ha trascorso questi 50 anni?

«Sono passati velocemente, tutti i giorni ero qui. In mezzo ai libri. Ci sono giovani che ancora mi portano i loro scritti. Pier Francesco Grasselli è uno di loro».

Quando pensa di ritirarsi?

«C’è sempre qualcuno che mi chiede se voglio vendere la libreria. Ma il 1˚ luglio ho festeggiato 50 anni di attività e sulla torta c’era scritto che me ne augurano altri 50, e io li farei... »

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