Wagon-Lit

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Racconti da viaggio e altre storie

di Gianluigi Schiavon

Ciak, il cinema sale sul ring

A bordo ring stanno Jake La Motta, Hurricane-Carter, Rocky Graziano, Rocky Balboa, perfino Cinderella Man e, sopra le teste di tutti, i due metri e 132 chili di Primo Carnera, quand'era in forma. Guardano con curiosità, e competenza allenata a sangue e cazzotti, chi sale a combattere all'interno delle dodici corde: Robert De Niro, Denzel Washington, Paul Newman, Sylvester Stallone, Russell Crowe e oltre le teste di tutti un certo Mike Lane, che era alto circa due metri per molto più di un quintale di peso, e non fu mai più così in forma come quando interpretò il Colosso d'Argilla.

Può andar bene immaginare una scena del genere - irreale ma non troppo - per descrivere il senso, intimo e nostalgico, de “Il cinema racconta la boxe” di Francesco Gallo, storico e scrittore (Ultra Edizioni, pagine 191, 16 euro). Grandi boxer e il loro doppio messi a confronto nella grande riunione pugilistica allestita da Gallo. Campioni del ring faccia a faccia con gli attori che non sono stati meno eroici nel rappresentarli, dieci protagonisti del pugilato per altrettanti film, più qualche altro grande nome che l'autore fa uscire a sorpresa dall'angolo: da Toro Scatenato a Lassù qualcuno mi ama, da Mani di pietra fino a Tatanka.

Chi ama la boxe, quella vera, non ha mai resistito alla tentazione di domandarsi quanta efficacia potesse avere, caso per caso, quella trasposta sul grande schermo, a volte più diretta di un destro reale, più potente di un gancio sinistro ben caricato, con la torsione del busto e tutto il resto. Chi ama davvero il pugilato non ha esitato a collezionare filmati d'epoca di incontri storici e al tempo stesso film di Hollywood e non solo, per metterli a confronto. E si è spesso posto domande più insidiose di un montante al fegato: chi boxa meglio nella fiction, De Niro-Toro Scatenato o Stallone-Rocky 1 2 3 eccetera? E la risposta è sempre stata naturalmente il vecchio Robert, ma Sylvester è simpatico, e comunque ce la mette tutta.

Il libro di Francesco Gallo è un'utile, appassionata occasione di ripasso per chi conosce bene la storia del pugilato, pur con lo stupore per dettagli inediti e niente affatto trascurabili. Al tempo stesso questo racconto di boxe&cinema è una vera e propria miniera di informazioni dedicata a chi della nobile arte deve ancora scoprire il rango e l'origine.

Piace così ricordare che esistono fili conduttori che cuciono a doppio nodo realtà e fiction. Muhammad Ali, cinque mesi dopo aver guerreggiato fin quasi alla morte con George Foreman, saggiò la potenza di un pugile semi-sconosciuto di nome Chuck Wepner e faticò non poco il 24 marzo 1975 a raccogliere la forza e la determinazione per poter alzare il braccio da vincitore. Seduto nella platea di un cinema che trasmetteva l'incontro in diretta (il cinema, sempre il cinema), gli occhi incollati al ring, stava un certo Sylvester Stallone, che allora non era nessuno ma vide tutto e corse a casa, e in tre giorni e tre notti scrisse il primo Rocky, e poi portò la sceneggiatura a un paio di produttori, e quelli gli dissero “Non male”, e lui disse “Voglio essere io il protagonista”, e quelli risposero “Non se ne parla, nessuno ti conosce, e Sylvester disse “Allora, mettetevi i vostri 350mila dollari...” e quelli alla fine dissero “Ok, hai vinto”. E per Rocky-Stallone fu il primo di un'infinità di round.

Questo racconta Gallo. E un vero appassionato di boxe versa una lacrima. Assieme a chi la boxe la sta imparando a conoscere.

L'autore cita frasi che sono restate nella storia del pugilato. “No más”, ora basta, disse Roberto Durán, chiamato “Mani di Pietra”, quando abbandonò il ring su cui stava il mobile e beffardo Sugar Ray Leonard, che a lui parve solo un ballerino “pagliaccio”, ma si sbagliava e di grosso. “E' stata la cosa più vicina alla morte che abbia mai vissuto”, disse Muhammad Ali una volta sceso dal ring dove aveva sconfitto Smokin' Joe Frazier nella battaglia che fu ribattezzata “Thrilla in Manila”, sei mesi dopo lo scontro con Wepner.

La boxe è la magia di uomini nell'atto di combattere, la magia della volontà, della capacità e del dolore, e di rischiare il tutto e per tutto, così che uno possa rispettare se stesso per il resto della sua esistenza”: così scriveva F.X. Toole, che scelse mille mestieri prima di diventare, a metà del quarto decennio della propria vita, pugile, e poi allenatore, e ancora massaggiatore e cucitagli e alla fine scrittore, e finì il suo ultimo romanzo “A bordo ring” in un letto di ospedale. Il suo ultimo letto. Ma prima aveva scritto “Million Dollar Baby”, storia di una donna pugile, Maggie Fitzgerald che fu l'affascinante Hilary Swank nel film omonimo, con al fianco un allenatore con la faccia e la robustezza di un grande vecchio chiamato Clint Eastwood.

Così si scopre che la boxe è la magia di chi combatte. Punto e basta. Uomini o donne, importa poco. E il rispetto te lo devi guadagnare, sempre.

Ed è qui che il libro di Gallo si avvia alle ultime battute. Ora potete immaginare lo scoccare dell'ultimo gong. E applaudire De Niro–La Motta, Newman–Graziano, Crowe-Cinderella Man, Stallone e i suoi molti Rocky e tutti gli altri, compresi i giganti Carnera e Lane. E li vedrete oltrepassare le corde, mentre le luci si spengono sul ring.

                 Gianluigi Schiavon

 

 

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